giovedì 27 gennaio 2011

Società (molto poco) civile

Parla il Libro:

«Lettore, io vengo a te come un amico, per consolarti e per istruirti. – Tienmi bene, leggimi sollecitamente e non trattenermi presso di te quando te ne sei servito, perché il mio destino è di portare luce e gioia a molte anime. – Rispettami, non deturparmi con segni, non piegar le mie pagine. – Io son cosa di tutti».

Etichetta apposta sui libri della "Biblioteca Polizzi", anni '30 (da Primo Polizzi. Il prigioniero che canta)

Un terrorista troverà sempre un altro terrorista più terrorista di lui. Non vale la pena di ritornare in maniera troppo particolareggiata sulla proposta dei due assessori talebani del Veneto, Speranzon e Donazzan, di eliminare dalle biblioteche della regione i libri dei "cattivi maestri" che nel 2004 firmarono un appello in favore di Cesare Battisti. Quale modo migliore per dar loro ragione (ai difensori della causa pro-Battisti, intendo), infatti, che gettare benzina (in questo caso carta) sul fuoco? (In proposito si può vedere il blog di Wu Ming, o il blog Latino America Express dell'Unità, che propone una rassegna stampa).

Quello su cui vorrei soffermarmi, invece, è la definizione che i talebanotti veneti hanno trovato per la loro iniziativa: boicottaggio civile. Prendo spunto da questo articolo di Evelina Santangelo, pubblicato su Nazione Indiana, che ha suscitato una piccola discussione sull'opportunità di utilizzare il termine boicottaggio per tale operazione.

A me la definizione in questione sembra infatti essere un perfetto esempio di quella "manomissione delle parole" che almeno due libri usciti alla fine del 2010 - uno di Gianrico Carofiglio e uno di Gustavo Zagrebelsky - hanno identificato come una delle caratteristiche tipiche della manipolazione del consenso nell'Italia di oggi.

Cominciamo da boicottaggio. Nel senso più proprio, boicottaggio si riferisce oggi al rifiuto di acquistare certi prodotti, di commerciare con determinati paesi, aziende o organizzazioni, o al rifiuto di partecipare a determinati eventi (ad esempio, il boicottaggio delle Olimpiadi o quello della Fiera del Libro di Torino). Tecnicamente, quindi, quello caldeggiato dagli amministratori veneti non può essere definito boicottaggio. La ragione principale è che il boicottaggio deve o dovrebbe essere una scelta individuale, mentre, togliendo dei libri dalle biblioteche, un potere pubblico limita, per l'appunto, la libertà di scelta dei lettori. Come dicevo, in questo caso sarebbe più corretto parlare di ostracismo, se non di censura. C'è però un'altro aspetto della questione da considerare. Come tutte le parole della lingua, comprese quelle dei linguaggi specializzati, boicottaggio è per sua natura elastica, ha una semantica plastica e può essere polisemica. E' proprio su questa plasticità del significato delle parole che giocano i manipolatori linguistici: quello che la parola X significa per te non lo significa necessariamente per me, e viceversa. Così, boicottaggio rimane una parola (e un'azione) rispettabile, a differenza di ostracismo, censura o messa all'indice. Chiunque sarebbe disposto a boicottare qualcosa in un certo momento, ma difficilmente ammetterebbe di voler ostracizzare, censurare o mettere all'indice. L'uso di boicottaggio, in questo caso, non è diverso da quello di rom al posto di zingaro o di gay al posto di culattone. Si sceglie la variante politically correct senza che la sostanza cambi. Quando Bossi dice che i rom rubano, i suoi elettori capiscono che gli zingari rubano, e quando Berlusconi dice che è meglio guardare le belle ragazze che essere gay i suoi elettori capiscono che è meglio essere puttaniere che frocio.

Passiamo a civile, la parola, nella coppia, che mi rende più perplesso. Perché civile? Da una parte, almeno così lo interpreto, civile può opporsi a violento, anche se siamo di fronte a una delle azioni più violente e odiose che posso concepire. Dall'altra, può suggerire il fatto che l'operazione in questione emerge dal basso, viene dalla cosiddetta 'società civile'. (Un'altra etichetta che trovo particolarmente irritante: più la società italiana si incivilizza e più si parla di società civile). Ora, sappiamo bene che l'opposizione della "società civile", di "quelli che lavorano" ai "politici di professione" è, da sempre, uno dei cavalli di battaglia del berlusconismo. Zagrebelsky ha già mostrato come una parola all'apparenza positiva come amore possa diventare violenta e prevaricatrice in bocca berlusconiana. Lo stesso è stato fatto per Italia, possibile ennesimo nuovo nome del vecchio Partito di Berlusconi. Civile è un'altro esempio di parola "buona" usata in modo distorto e violento.

Chiudiamo con l'espressione intera boicottaggio civile. Si tratta, all'apparenza di una definizione chiara, di quello che potrebbe essere un fenomeno socialmente riconosciuto e riconoscibile. In realtà, cercando "boicottaggio civile" su Google, ed escludendo i contesti in cui si parla dell'iniziativa Speranzon-Donazzan, si ottengono poche decine di attestazioni. Addirittura, in inglese, per "civil boycott" si hanno circa 350 attestazioni accanto a quasi 12 milioni di attestazioni di "boycott" tout court. Il che fa pensare che boicottaggio civile non sia per niente una collocazione frequente, e perciò che difficilmente sia la definizione univoca di un fenomeno socialmente riconosciuto. Però, l'operazione è chiara: si crea un'espressione che ha tutta l'aria di essere una denominazione precisa e la si utilizza per un'operazione di cosmesi per definire un atto degno dei nonni fascisti degli attuali amministratori pidiellino-leghisti. Che però loro, almeno, avevano le palle di chiamare la censura con il suo nome.


0 commenti: