Una delle idee più riuscite, secondo me, di Vieni via con me è l'elenco finale in cui Fazio e Saviano elencano, senza prendersi troppo sul serio, i motivi per cui si dovrebbe voler lasciare l'Italia o, invece, non si vorrebbe partire mai (si veda il mio post precedente). Diligentemente, ho indicato, nel sito della trasmissione, i motivi per cui, da espatriato, vorrei tornare in Italia:mercoledì 24 novembre 2010
Vieni via (o resti qui) con me? - 2
Una delle idee più riuscite, secondo me, di Vieni via con me è l'elenco finale in cui Fazio e Saviano elencano, senza prendersi troppo sul serio, i motivi per cui si dovrebbe voler lasciare l'Italia o, invece, non si vorrebbe partire mai (si veda il mio post precedente). Diligentemente, ho indicato, nel sito della trasmissione, i motivi per cui, da espatriato, vorrei tornare in Italia:martedì 9 novembre 2010
Vieni via (o resti qui) con me?

Innanzitutto, sarebbe bene rendersi conto che espatriare non significa necessariamente sfuggire a quello che in Italia non ci piace. A meno di rifugiarsi su un’isola deserta o nella foresta Amazzonica senza telefono, televisione o Internet, anche dall’estero si vede il balletto delle escort a Palazzo, si vedono le case di Pompei che vanno giù e quelle dell’Aquila che non vengono mai su. E non è che, mangiando hot dog o baguette al posto degli spaghetti, queste cose risultino meno odiose. Anzi, se come me si abita in un paese i cui abitanti sono particolarmente affetti da complesso di superiorità, per queste cose bisogna pure giustificarsi, uno degli aspetti più fastidiosi della vita dell’espatriato. Da questo punto di vista, è chiaro come si possa “fuggire” senza spostarsi dal salotto di casa (milioni di italiani lo fanno quotidianamente), e come si possa, invece, anche abitando all’estero “continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile” (riprendo le parole scritte da Benedetta Tobagi sulla questione circa un anno fa).
Come ho detto qui sopra, il desiderio di fuggire è una reazione tipica degli italiani alle storture che vedono nel loro paese. In altre nazioni sarebbe impensabile. Perfino quando Le Pen ha rischiato di vincere le elezioni presidenziali, non ho sentito nessun francese minacciare di espatriare.
Da una parte, questo ha a che fare con la maniera con cui noi italiani consideriamo lo stato: come qualcosa che c’è, ma al quale non dobbiamo molto e che non ci deve molto. Come una fidanzata (o un fidanzato) che non ci dispiace poi troppo, almeno finché non ne troviamo una migliore. Non come i francesi (è l’esempio che conosco meglio), per i quali lo stato è la mamma. E di mamme, si sa, non ne esiste nessuna migliore della nostra.
Dall’altra ha a che fare con il fatto che noi italiani, nel bene e nel male, la voglia di andare a vedere cosa c’era di là dalle Alpi o di là dal mare ce l’abbiamo sempre avuta. Il desiderio di fuggire è solo una variante, moderna, di questa pulsione. Non per questo dovremmo sentirci autorizzati a identificare l’espatrio con la fuga, e ancora meno la permanenza con la resistenza. Una storia che sarebbe appassionante scrivere è quella dei grandi italiani espatriati e che hanno avuto, in alcuni casi, più fortuna all’estero che in Italia, da Marco Polo a Rita Levi Montalcini. Ci farebbe capire che andare all’estero non sempre equivale a fuggire, e che può essere, anzi, salutare, anche solo per renderci conto che anche in Italia, in fondo, ci sono cose da salvare.
Non è, invece, che uno dei guai dell’Italia è che gli italiani, e soprattutto i loro governanti, all’estero ci vanno troppo poco?
Pubblicato su: AgoraVox
domenica 7 novembre 2010
Les chaises

