mercoledì 24 novembre 2010

Vieni via (o resti qui) con me? - 2

Una delle idee più riuscite, secondo me, di Vieni via con me è l'elenco finale in cui Fazio e Saviano elencano, senza prendersi troppo sul serio, i motivi per cui si dovrebbe voler lasciare l'Italia o, invece, non si vorrebbe partire mai (si veda il mio post precedente). Diligentemente, ho indicato, nel sito della trasmissione, i motivi per cui, da espatriato, vorrei tornare in Italia:

perché espatriando non sfuggi ai mali dell’Italia, e in più devi spiegarli a chi ti circonda;

perché sono stufo di rispondere alla domanda “ma perché continuate a votarlo?”;

perché sono stufo che mi si chieda “ma non vi stancate mai di mangiare pasta tutto il giorno?”;

perché qui non ho mai visto lo stracchino né il chinotto ;

perché non riesco a trovare dei bei calzini da uomo lunghi che ti arrivano al ginocchio;

perché qui i “cattivi” sono altrettanto odiosi che in Italia, ma in Italia i “buoni” sono molto più simpatici;

perché il paese dove vivo lascia liberi gli ex terroristi italiani, e sono stanco di spiegare che non accettarlo non è né di destra né di sinistra;

perché ho visto l’Italia battere la Francia nella finale dei mondiali abitandoci, in Francia. Quale altro motivo potrei avere, ormai, per rimanerci?



martedì 9 novembre 2010

Vieni via (o resti qui) con me?

La prima puntata di Vieni via con me, ieri sera, ha avuto parecchi momenti memorabili. Gli elenchi sono stati il leitmotiv della serata, e Fabio Fazio e Roberto Saviano hanno voluto concluderla con un elenco, che ha anche fornito una delle chiavi di lettura del titolo, dei motivi per cui si dovrebbe voler lasciare l’Italia e dei motivi per cui si dovrebbe voler restare. Ho avuto l’impressione che il loro elenco, molto opportunamente, non lasciasse trasparire nessuna preferenza per l’una o l’altra scelta, suggerendo che entrambe sono legittime e degne di rispetto. Non è una cosa da poco. Noi italiani oscilliamo sempre tra il desiderio di espatriare (variante dell’abitudine di denigrare il paese in cui viviamo) e l’idea che l’espatrio corrisponda a una fuga, dalle proprie responsabilità e dall’impegno che si dovrebbe dare per migliorare il nostro paese. Da notare che queste tendenze si sono solo accentuate, forse, con il berlusconismo e il degrado in cui versa la situazione politica e civile dell’Italia, ma sono sempre esistite. Forse non siamo tutti santi né poeti, ma navigatori lo siamo un po’ tutti, noi italiani, e, quando qualcosa in patria non ci piace, una delle reazioni più comuni è dire (anche se poi non lo fa quasi nessuno) “me ne vado, sbrogliatevela da soli”. Da cui la reazione contraria di chi denuncia la pavidità di questo atteggiamento.
E se provassimo, invece, a superare la dicotomia tra “fuggiaschi” e “resistenti”?

Innanzitutto, sarebbe bene rendersi conto che espatriare non significa necessariamente sfuggire a quello che in Italia non ci piace. A meno di rifugiarsi su un’isola deserta o nella foresta Amazzonica senza telefono, televisione o Internet, anche dall’estero si vede il balletto delle escort a Palazzo, si vedono le case di Pompei che vanno giù e quelle dell’Aquila che non vengono mai su. E non è che, mangiando hot dog o baguette al posto degli spaghetti, queste cose risultino meno odiose. Anzi, se come me si abita in un paese i cui abitanti sono particolarmente affetti da complesso di superiorità, per queste cose bisogna pure giustificarsi, uno degli aspetti più fastidiosi della vita dell’espatriato. Da questo punto di vista, è chiaro come si possa “fuggire” senza spostarsi dal salotto di casa (milioni di italiani lo fanno quotidianamente), e come si possa, invece, anche abitando all’estero “continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile” (riprendo le parole scritte da Benedetta Tobagi sulla questione circa un anno fa).

Come ho detto qui sopra, il desiderio di fuggire è una reazione tipica degli italiani alle storture che vedono nel loro paese. In altre nazioni sarebbe impensabile. Perfino quando Le Pen ha rischiato di vincere le elezioni presidenziali, non ho sentito nessun francese minacciare di espatriare.

Da una parte, questo ha a che fare con la maniera con cui noi italiani consideriamo lo stato: come qualcosa che c’è, ma al quale non dobbiamo molto e che non ci deve molto. Come una fidanzata (o un fidanzato) che non ci dispiace poi troppo, almeno finché non ne troviamo una migliore. Non come i francesi (è l’esempio che conosco meglio), per i quali lo stato è la mamma. E di mamme, si sa, non ne esiste nessuna migliore della nostra.

Dall’altra ha a che fare con il fatto che noi italiani, nel bene e nel male, la voglia di andare a vedere cosa c’era di là dalle Alpi o di là dal mare ce l’abbiamo sempre avuta. Il desiderio di fuggire è solo una variante, moderna, di questa pulsione. Non per questo dovremmo sentirci autorizzati a identificare l’espatrio con la fuga, e ancora meno la permanenza con la resistenza. Una storia che sarebbe appassionante scrivere è quella dei grandi italiani espatriati e che hanno avuto, in alcuni casi, più fortuna all’estero che in Italia, da Marco Polo a Rita Levi Montalcini. Ci farebbe capire che andare all’estero non sempre equivale a fuggire, e che può essere, anzi, salutare, anche solo per renderci conto che anche in Italia, in fondo, ci sono cose da salvare.

Non è, invece, che uno dei guai dell’Italia è che gli italiani, e soprattutto i loro governanti, all’estero ci vanno troppo poco?

Pubblicato su: AgoraVox


domenica 7 novembre 2010

Les chaises

La citazione è certo assolutamente inconsapevole, ma, come Ionesco, anche gli pseudorivoluzionari francesi fanno delle sedie (la foto qui accanto è assolutamente reale, copyright Jesse Tseng) un simbolo dell'assurdità della condizione umana, o, più modestamente, della condizione dell'università da questa parte delle Alpi. Questo post è d'altronde dedicato a tutti i miei amici italiani francofili secondo cui, almeno, i francesi "fanno qualcosa" per protestare contro le presunte soperchierie dei loro governanti. Se ammassare sedie contro le entrate di un'università e impedire a 30 000 persone di fare le attività che normalmente vi svolgono è "fare qualcosa", allora, sì, les révolutionnaires (non smetteranno mai di esserlo, o di sentirsi tali) qualcosa lo fanno. Quanto poi a sapere se quel qualcosa è efficace, è un'altra questione. Non è stato efficace per bloccare la riforma delle pensioni, che è stata approvata il 28 ottobre. E, a dire il vero, che l'aspirazione massima di quelli che oggi si atteggiano a Che Guevara fosse potersi godere la pensione e dedicarsi al giardinaggio o alla filatelia a 60 anziché a 62 anni era un po' grottesco. Dice: ma è ovvio che le implicazioni della protesta andavano al di là della contingenza attuale, della riforma delle pensioni; la protesta esprimeva un malcontento più ampio. Sarà. Ma il problema è proprio questo: io sono uno a cui piace, nella vita, avere degli obiettivi misurabili. Che si impedisca a un'università di funzionare per esprimere un malessere in generale, per affermare che la società in cui viviamo non ci piace, mi dispiace, ma lo trovo illiberale e odioso. (Non è d'altronde la prima volta che parlo delle derive delle proteste à la française, e non ho voglia di dilungarmi, chi sia interessato può vedere qui o qui). Di motivi buoni, comunque, in Francia, per protestare se ne trovano sempre: nel 2003 era stata già la riforma delle pensioni, nel 2006 l'inserimento professionale dei giovani, nel 2007 non mi ricordo, nel 2009 la riforma dell'università, e nel 2010 ri-quella delle pensioni. Ma a me, quando qualcuno mi chiede "ma perché i francesi protestano?", viene semplicemente voglia di citare Calvino che, nella primavera del '68, si compiaceva del fatto che gli studi degli psicanalisti parigini si fossero improvvisamente svuotati. E' vero che, per la loro psicoterapia collettiva, i francesi "fanno qualcosa". La prossima volta, sarebbe troppo chiedere che, già che ci sono, facciano qualcosa di intelligente?