domenica 7 novembre 2010

Les chaises

La citazione è certo assolutamente inconsapevole, ma, come Ionesco, anche gli pseudorivoluzionari francesi fanno delle sedie (la foto qui accanto è assolutamente reale, copyright Jesse Tseng) un simbolo dell'assurdità della condizione umana, o, più modestamente, della condizione dell'università da questa parte delle Alpi. Questo post è d'altronde dedicato a tutti i miei amici italiani francofili secondo cui, almeno, i francesi "fanno qualcosa" per protestare contro le presunte soperchierie dei loro governanti. Se ammassare sedie contro le entrate di un'università e impedire a 30 000 persone di fare le attività che normalmente vi svolgono è "fare qualcosa", allora, sì, les révolutionnaires (non smetteranno mai di esserlo, o di sentirsi tali) qualcosa lo fanno. Quanto poi a sapere se quel qualcosa è efficace, è un'altra questione. Non è stato efficace per bloccare la riforma delle pensioni, che è stata approvata il 28 ottobre. E, a dire il vero, che l'aspirazione massima di quelli che oggi si atteggiano a Che Guevara fosse potersi godere la pensione e dedicarsi al giardinaggio o alla filatelia a 60 anziché a 62 anni era un po' grottesco. Dice: ma è ovvio che le implicazioni della protesta andavano al di là della contingenza attuale, della riforma delle pensioni; la protesta esprimeva un malcontento più ampio. Sarà. Ma il problema è proprio questo: io sono uno a cui piace, nella vita, avere degli obiettivi misurabili. Che si impedisca a un'università di funzionare per esprimere un malessere in generale, per affermare che la società in cui viviamo non ci piace, mi dispiace, ma lo trovo illiberale e odioso. (Non è d'altronde la prima volta che parlo delle derive delle proteste à la française, e non ho voglia di dilungarmi, chi sia interessato può vedere qui o qui). Di motivi buoni, comunque, in Francia, per protestare se ne trovano sempre: nel 2003 era stata già la riforma delle pensioni, nel 2006 l'inserimento professionale dei giovani, nel 2007 non mi ricordo, nel 2009 la riforma dell'università, e nel 2010 ri-quella delle pensioni. Ma a me, quando qualcuno mi chiede "ma perché i francesi protestano?", viene semplicemente voglia di citare Calvino che, nella primavera del '68, si compiaceva del fatto che gli studi degli psicanalisti parigini si fossero improvvisamente svuotati. E' vero che, per la loro psicoterapia collettiva, i francesi "fanno qualcosa". La prossima volta, sarebbe troppo chiedere che, già che ci sono, facciano qualcosa di intelligente?

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