
Anche se quest'anno la politica estiva non ha lasciato molto spazio alla leggerezza, la Repubblica ha voluto comunque rispettare la tradizione e dedicare un po' di spazio a un argomento più frivolo, che è anche uno dei miei cavalli di battaglia, la mania di designare, sui giornali, i politici con il nome di battesimo. Ha cominciato Ilvo Diamanti, seguito, alla fine di agosto, da Giorgio Ruffolo. Gli articolisti concordano nel deprecare un'abitudine che, secondo loro, manifesta sciatteria e una falsa connivenza tra il giornale e i lettori. Notiamo, en passant, che sono opinioni in parte in controtendenza con le pratiche del loro stesso giornale. Scorrendo i titoli di Repubblica solo del mese di agosto e dei primi giorni di settembre, e limitandomi a tre dei politici di cui si è parlato di più negli ultimi tempi, ho trovato, rigorosamente privi di cognome, tre "Silvio", due "Gianfranco" e addirittura tre "Umberto", smentendo così Ruffolo, che si chiede "con qualche curiosità perché Bossi sia sempre Bossi e mai Umberto". Qualche esempio:
Il piano B di Silvio allunga le cause (1° settembre)Unicredit: Umberto sfida Gheddafi (24 agosto)La vicina d'ombrellone di Gianfranco è una sosia di Elisabetta Tulliani (13 agosto)
Da notare che, nella maggior parte dei casi il solo nome di battesimo è usato in frasi che si trovano tra virgolette, quindi in citazioni, o presunte tali, attribuite ad altri politici, come in
E Letta frena il blitz dei colonnelli: "Silvio attento, il Colle non ci sta" (4 agosto)Incubo Tremonti per il Cavaliere: "Lui e Umberto troppo spinti sul voto" (22 agosto)
il che, da una parte è verosimile (immagino che i politici si chiamino così tra loro, quando vogliono essere gentili), dall'altra acuisce la sensazione di complicità tra il giornale e il pubblico, e anche, da un certo punto di vista con i politici stessi, che vengono probabilmente percepiti come più vicini.
Della questione avevo già scritto molto tempo fa, osservando come si tratti di una moda tipicamente italiana: apparentemente, nei paesi anglosassoni sarebbe inconcepibile riferirsi ad un politico per il nome di battesimo, tutt'al più si userebbe un soprannome (Rudy Giuliani) o una sigla (JFK). Lo stesso, più o meno, vale per la Francia: più dei nomi di battesimo sulla stampa si usano soprannomi, come Sarko, ma è difficile che i grandi giornali se ne servano per designare i politici, se non in contesti scherzosi o in citazioni. Avevo anche scritto dell'abitudine, forse ancora più esecrabile, di designare i protagonisti (e soprattutto le protagoniste) di episodi di cronaca nera per il nome di battesimo (l'omicidio di Tommy, il delitto Meredith). In questo caso, presumo, l'attenuazione veicolata dal nome di battesimo non tende, come nel caso dei politici, a far sentire il lettore 'parte di qualcosa', ma a far sentire le vittime di questi episodi come più vicine o più innocenti. E' un'abitudine già un po' fastidiosa quando si tratta di bambini, e francamente spiacevole nel caso di giovani donne adulte. Probabilmente, una delle prime vittime di questa mania è stato Alfredino (e rendiamo merito ai Baustelle di avergli almeno tolto quel diminutivo che fa tanto Italia paesana).
Ma torniamo a Silvio e Gianfranco. Come osservai a suo tempo, la moda risale probabilmente ai tempi dei Bettino e dei Ciriaco. In fondo, per essere informativo un nome non deve essere troppo comune (è forse il motivo per cui, come nota Ruffolo nel suo articolo, l'attuale Presidente della Repubblica non è mai Giorgio), e l'informatività del nome è proporzionale alla notorietà del personaggio. Secondo me dietro a questa moda del nome di battesimo ci sono due fattori. Uno è appunto la (pseudo-)connivenza tra chi scrive (il giornalista), chi legge (il lettore) e colui o coloro di cui si parla. La stessa connivenza che si manifesta, ad esempio, nell'uso, frequentissimo, della congiunzione e all'inizio di un titolo. Solo su Repubblica di oggi ne ho trovati tre:
E la 500 elettrica si dà alle corseE il premier ci riprova con Romani prima scelta per sostituire ScajolaE la grande stazione resta al palo
Come a dire: stiamo solo continuando un discorso che era già in atto, stiamo parlando di cose che sappiamo noi. Anche se non ho mai capito qual è il criterio per decidere che davanti ad un titolo bisogna mettere e. Il secondo fattore è l'informalizzazione che la lingua sta subendo ormai da diverso tempo. Non soltanto quella della televisione e della radio, ma anche quella scritta (quindi normalmente più formale) dei giornali e addirittura la lingua letteraria. Quella lingua di cui Stefano Bartezzaghi dice che è "scalza e scravattata" e che caratterizza così
si rinnova mediante trovate, considera snob la consapevolezza di sé e, cercando di distinguersi, perpetua la propria medietà.
Il chiamarsi per nome di battesimo è una manifestazione tipica di questa lingua, e ha lo scopo di mostrare che si è intimi della persona di cui si parla. Moda falsamente democratica, perché lo scopo è appunto quello di mostrare che loro sono intimi, tu non necessariamente. Lo scrittore che mi dice "Sai, eravamo a Milano a fare una cosa per Fabrizio, c'erano anche Dori e Cristiano..." non lo fa per farmi sentire complice di qualcosa, ma per mostrarmi che lui lo è (e confesso che la tentazione di domandargli "Scusa, ma Fabrizio chi?" è stata forte, ma mi sono trattenuto...). In questo caso mi compiaccio a essere vetero, e continuo a preferire i Cipputi, i Pinazzi, Bundazzi, etc. che si chiamano rigorosamente per cognome.

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