Tra un mese ci saranno le elezioni regionali in Francia. Negli ultimi giorni, la campagna elettorale è occupata dal "caso Frêche". Georges Frêche, ex socialista e sedicente di sinistra, è un esempio di rais di provincia: è stato sindaco di Montpellier per 27 anni, e da cinque è presidente della regione Languedoc-Roussillon. Ma è soprattutto un habitué di gaffes e dichiarazioni politically scorrect. Una specie di papi mescolato a Borghezio con un pizzico di Calderoli. Tra le sue memorabili frasi, si ricorda una dichiarazione sulla pena suscitata dalle squadre di calcio che schierano troppi neri o l'aver definito Giovanni Paolo II un abruti (un rimbambito). L'ultima uscita, che sta occupando le prime pagine dei giornali, riguarda Laurent Fabius, pezzo grosso del partito socialista e candidato a sua volta alla presidenza della regione Alta Normandia. Poco prima di natale Frêche ha dichiarato che, se abitasse nella regione in questione, non avrebbe probabilmente votato per Fabius, perché ha una "tronche pas très catholique". Che si potrebbe tradurre come "una ghigna non molto cattolica". Il primo problema è che Fabius è di origine ebrea, e la frase incriminata è stata subito letta anche come un'allusione antisemita. In realtà, "pas catholique" è un'espressione figurata che significa 'losco', 'non convincente'. E' una di quelle espressioni fuori moda che fanno riferimento alla nazionalità, alla razza o alla religione per definire le qualità o i difetti di qualcuno. Fino a qualche decina di anni fa questo tipo di espressioni non ponevano nessun problema. E nella lingua colloquiale e poco controllata continuano a non porre eccessivi problemi. Nella mia varietà di italiano parlato, ad esempio, un cristiano può significare semplicemente una persona, ma anche una persona educata (mi capita ad esempio di intimare ai miei figli di mangiare da cristiani), così come non è particolarmente choccante trattare qualcuno da zulù o da baluba. Ovviamente, nessuno prende queste espressioni nel loro significato letterale. Si tratta, anzi, di un buon esempio della polisemia intrinseca in qualsiasi parola, e di come il suo significato sia anche, e soprattutto, legato al contesto sociale, alla pragmatica, all'ideologia.
In ogni caso, è sicuro che nel linguaggio pubblico certi scarti verbali sono diventati tabù. E' giusto o si tratta dell'ennesima esagerazione grottesca del politically correct? Pochi giorni fa ho avuto una discussione con una collega molto più anziana di me, che sosteneva che mettere al bando qualsiasi espressione figurata di questo tipo fosse esagerato. Non arriverei fino a sottoscrivere le sue opinioni: un po' di stile nel discorso pubblico non guasta di certo. Quello che è vero che si tratta di un atteggiamento un po' ipocrita, visto che si tratta di locuzioni che tutti conoscono e usano nel privato.

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