Nei giorni scorsi c'è stato, principalmente su Repubblica, un grande dibattito sull'opportunità, per i giovani diplomati di talento, di lasciare l'Italia, nato dall'intervento del rettore della Luiss Pier Luigi Celli, che invitava pubblicamente suo figlio ad abbandonare l'Italia, dove non lo aspetterebbe nulla di buono nel futuro. Il dibattito, purtroppo, come spesso succede in Italia, è però viziato da due preconcetti, che in fondo sono legati tra loro. Il primo è la scissione netta che si è creata tra sostenitori e detrattori dell'idea di Celli. Confesso che anch'io ho trovato scionveniente e leggermente ipocrita che il rettore di una delle più prestigiose, e presumo più ricche, università italiane inviti il proprio figlio all'esilio volontario. Chi lo ha criticato ha perlopiù insistito sul fatto che in questo momento lasciare l'Italia, soprattutto per una persona laureata e ambiziosa, costituisce una "fuga", mentre l'atteggiamento giusto sarebbe quello di restare e battersi per migliorare il proprio paese. Sarà perché io stesso ho lasciato l'Italia qualche anno fa, ma rifiuto di iscrivermi, nel dibattito, tra i "fuggiaschi" o tra i "resistenti", una divisione che trovo riduttiva. Anche abitando all'estero si può (per riprendere l'articolo scritto sull'argomento da Benedetta Tobagi) "continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile, anche per il figlio", come si può - ovviamente - "fuggire" restando in Italia.
La mobilità, soprattutto nel mondo universitario e in generale nelle fasce alte e istruite della popolazione, è un fatto comune. Nel laboratorio dove lavoro ci sono americani, inglesi, spagnoli, polacchi, etc. e non credo che nessuno di loro si senta un fuggiasco. Il grosso problema dell'Italia non è che i suoi laureati vanno all'estero. Andare all'estero, per poco tempo o per sempre, è una cosa giusta e salutare. Il vero problema è che l'università italiana dall'estero non attira quasi nessuno.
Ma perché un'attitudine che, nella maggior parte degli altri paesi, è assolutamente normale deve essere vissuta in Italia come una fuga? In controluce si intuisce l'idea, che ci viene dalla nostra anima ancora profondamente provinciale, che all'estero, comunque e ovunque si vada, si sta meglio. Per fortuna, sempre su Repubblica, c'è stato Umberto Veronesi a ricordarci che "oggi gli stessi problemi si pongono in tutte le regioni del mondo. Il conformismo è imperante, la mediocrità è la regola e l'arte del compromesso, che scade spesso nella meschinità, non è un male solo italiano". Svelerò un segreto per i lettori di questo blog: molte delle magagne che ho lasciato nell'università italiane le ho ritrovate anche in Francia. (Alcune altre ovviamente no, in compenso qui ce ne sono anche di sconosciute in Italia). E lo stesso vale per tutti gli altri aspetti della vita: qui mi danno degli assegni familiari che in Italia me li sognerei, ma quando andrò in pensione non avrò la liquidazione; la mutua mi rimborsa il dentista quasi interamente, ma se voglio mangiare decentemente spendo una volta e mezzo quello che spenderei in Italia. (Come dice un mio amico italiano che abita a Parigi, per capire chi, tra italiani e francesi, è il popolo più civilizzato bisogna entrare in una Coop).
L'incipit ad effetto di un altro articolo di Repubblica dipinge l'Italia come "il Paese dove i padri stanno meglio dei figli", un refrain che però, guarda caso, ho sentito spesso, da tre o quattro anni a questa parte, anche in Francia. (E che, sia detto per inciso, non mi ha mai appassionato). Andare (e non "fuggire") all'estero, a volte, può essere anche salutare per rendersi conto che in Italia, in fondo, ci sono anche tante cose da salvare. E se il guaio dell'Italia, invece, fosse proprio che gli italiani e i loro dirigenti all'estero ci vanno troppo poco?
