domenica 20 settembre 2009

Ortografia, puffi e TGV

Nel mio ultimo post riportavo alcuni degli argomenti che i difensori dell'ortografia (del francese) usano per rifiutare ogni proposta di cambiamento. Tra questi vi è - secondo loro - il fatto che l'orale (del francese) contiene molte parole omofone e quindi potenzialmente ambigue, e che solo lo scritto permette di levare questa ambiguità. Dopo aver scritto il post sono capitate due cose che mi hanno fatto riflettere ulteriormente sulla questione. 
La prima è che ho ripreso in mano (per altri motivi) Kant e l'ornitorinco, nel quale Umberto Eco fa, tra tante altre cose, alcune riflessioni sulla lingua dei puffi. In sostanza quello che dice è che noi riusciamo ad interpretare la lingua dei puffi non per il contenuto lessicale delle sue unità, ma grazie al contesto, e più in generale grazie alle convenzioni che condividiamo con gli altri parlanti. Uno dei suoi esempi è nel puffo del puffo di nostra puffa, che ogni italiano mediamente colto è in grado di ricondurre all'incipit di un famoso poema. Ma se noi siamo in grado di interpretare addirittura la lingua dei puffi, significa che il nostro cervello dispone di grandi risorse contro quell'ambiguità tanto paventata dai difensori dell'ortografia.
La seconda è che ieri, mentre ero in macchina, alla radio hanno raccontato l'episodio di un tizio che, tornando da una festa pesantemente ubriaco, si è coricato sui binari della ferrovia Quimper-Parigi, e un TGV gli è passato sopra, lasciandolo illeso. Le parole usate dalla giornalista per commentare il fatto sono state "il s'est trouvé saoûl, saoûl sous le train", che in italiano corrisponderebbe all'incirca a "si è trovato sbronzo, sbronzo sotto al treno". Con la differenza che in francese saoûl ('sbronzo') e sous ('sotto') sono omofoni e si pronunciano entrambi sù. La frase suonava quindi "sù sù sù le train", e non sono nemmeno sicuro se il secondo sù fosse in realtà saoûl o sous. Tutto questo per domandarmi se siamo proprio sicuri che l'ambiguità linguistica sia negativa in assoluto e in ogni contesto? Ovviamente no: ci sono testi nei quali la non ambiguità è indispensabile (che so, ad esempio, nelle prescrizioni mediche), altri nei quali non è per niente utile, e che, anzi, si alimentano e si arricchiscono dell'ambiguità (la poesia, ad esempio, altrimenti non avremmo erano i capei d'oro a l'aura sparsi, ma anche, più terra terra, molte barzellette). Il fatto è che spesso si confonde la comunicazione con la lingua. In realtà, quella comunicativa è solo una delle funzioni della lingua, e per quella funzione l'ambiguità può effettivamente essere fastidiosa. Ma per la funzione poetica, ad esempio, (e parlo di poetica in senso lato, intendendo ogni uso creativo della lingua) l'ambiguità non è solo accettabile, ma indispensabile. L'altra illusione, complementare, dei difensori dell'ortografia, è che tra l'orale e lo scritto ci sia sempre e comunque una corrispondenza perfetta. E' così in molti casi, ma non sempre. La frase "il s'est trouvé saoûl, saoûl sous le train" è fatta per essere detta, ma non scritta (o perlomeno scritta perde molto del suo appeal). Simmetricamente, esistono testi che sono fatti per essere scritti, e non per essere letti. Quella dei versi omofoni ma non omografi, ad esempio, è una moda ricorrente nella poesia francese (grazie a Jacques Durand per avermelo fatto scoprire). Un esempio sono i versi di Prévert
Dans ces bois automnaux, graves et romantiques
danse et bois aux tonneaux graves et rhum antique
('In questi boschi autunnali, gravi e romantici
danza e bevi alle botti del graves [un tipo di vino] e del rum antico')
(La poesia intera e molti altri esempi qui, e in questo post). 

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