
Le baggianate estive degli improvvisati linguisti della Lega hanno avuto almeno il merito di costringere i mezzi di comunicazione a parlare un po' di lingue quest'estate (anche se non sempre pertinentemente). La cosa odiosa è che nel sentire comune si è creata l'idea che Bossi e i suoi accoliti sono gli unici difensori delle parlate locali, col rischio di identificare lo studio, la difesa e l'amore per i dialetti con lo pseudolocalismo populista della Lega. Al contrario, in molti dei commenti che ho letto sui giornali in agosto, si sostiene la necessità di difendere l'italiano come come simbolo di una cultura unitaria. A parte che l'italiano non corre alcun rischio e non ha bisogno di essere difeso, tantomeno dai dialetti, una visione così manichea è insensata. Un articolo di Tullio De Mauro apparso su MicroMega diversi anni fa si intitolava Italiano e dialetto: non è un aut-aut, e proprio De Mauro, sull'Unità di ieri, ha giustamente fatto presente (anche al grande pubblico) che l'uomo è di per sé un animale poliglotta, e che è sbagliata l'idea che la conoscenza di una lingua debba necessariamente scacciarne un'altra (idea - aggiungo io - che è frutto dello spirito nazionalistico di fine '800).
Per quanto riguarda l'idea bossiana di insegnare i dialetti nelle scuole, naturalmente non è agli improvvisati glottologi della lega che si può chiedere come e perché intendono farlo. Gli altri linguisti, quelli veri, invece, possono interrogarsi sul senso e sulla fattibilità di tale progetto. Per quel che mi riguarda, sull'insegnamento dei dialetti vorrei fare tre domande, strettamente legate tra loro: come, che cosa e perché si vuole insegnare?
Come insegnare i dialetti?
Per l’insegnamento delle lingue nelle scuole italiane vi sono, fondamentalmente, due modelli. Uno è l’insegnamento del latino, una lingua morta che è insegnata principalmente per interesse filologico e, per così dire, per ‘cultura generale’; nessuno è mai stato in grado di parlare latino uscendo dal liceo. L’altro è l’insegnamento dell’inglese, e in generale delle lingue straniere, che ha una funzione utilitaristica: fornire agli allievi la miglior competenza, attiva e passiva, possibile della lingua in questione. Per sapere a quale modello ispirarsi occorrerebbe, da una parte, sapere se i dialetti italiani sono lingue vive o morte, e dall’altra aver chiare in testa le finalità di un tale insegnamento. Alla prima domanda non esiste probabilmente una risposta univoca per tutti i dialetti, e questa costituirebbe la prima difficoltà per scegliere un modello rispetto a un altro. Alla seconda, i leghisti sembrano, pur confusamente, avere in mente la difesa del patrimonio locale e della tradizione e, quindi, dovrebbero logicamente propendere piuttosto per il modello del latino. Se però lo scopo è unicamente quello di realizzare “un’operazione saggia di custodia della tradizione, dell’orgoglio dei territori e delle culture locali” (lettera del ministro Zaia a l’Unità del 16 agosto scorso), siamo sicuri che l’insegnamento di tutti i dialetti in tutte le scuole d’Italia sarebbe la soluzione? Un insegnamento generalizzato dei dialetti dovrebbe avere piuttosto lo scopo di consolidare i dialetti per i quali esiste ancora un numero considerevole di parlanti e dare nuova linfa a quelli moribondi. In altre parole, di fare in modo che restino, o ridiventino, delle lingue vive, uno scopo che è del tutto in contraddizione con l’idea che occorre salvaguardare i dialetti in quanto testimonianza delle tradizioni locali.
Che cosa insegnare?
Per essere insegnata una lingua necessita di essere, almeno parzialmente standardizzata. Ciò implica che essa sia descritta e organizzata in grammatiche, dizionari, etc. Ora, se questo processo di standardizzazione è avvenuto per alcuni dialetti, ne esistono ancora diverse decine per cui non si può parlare di standard. Inoltre, la storia delle lingue per le quali uno standard esiste insegna che, molto spesso, tale standard ha alla base una specifica varietà geografica (il fiorentino per l'italiano, il parigino per il francese...) che, per il maggior prestigio o semplicemente per il maggior potere, di coloro che la parlano si è imposta 'facendo carriera' e, in un certo senso, surclassando le altre. Ora, la situazione in Italia è che per la maggior parte dei dialetti non è possibile identificare alcuna varietà prevalente. Per comodità, si parla di "veneto", "lombardo", "siciliano", o addirittura di "bolognese", "napoletano", etc. In realtà, si tratta di distinzioni fittizie che ricalcano quelle amministrative (e ho scoperto che anche le regioni italiane sono una specie di illusione amministrativa), mentre basta dare un'occhiata ad una carta dei dialetti italiani per rendersi conto che frontiere linguistiche e frontiere amministrative coincidono assai poco. In ogni caso, per molti dialetti occorrerebbe domandarsi se si debba insegnare la varietà locale (della città, del quartiere, del paese) o invece una sorta di koiné regionale, magari modellata sulla varietà della città principale. Ma, sinceramente, a me che a un bambino di Parma venisse insegnato il bolognese seccherebbe parecchio (oltre al fatto che lo troverei francamente ridicolo).
Perché insegnare i dialetti?
Se lo scopo è unicamente quello di far rivivere le tradizioni locali o non disperdere un patrimonio di conoscenze legato al territorio, l'insegnamento generalizzato dei dialetti, è evidente, non servirebbe a nulla. Che tradizioni difenderebbe, infatti, un bambino che, esprimendosi in dialetto, continuerebbe a giocare con la Playstation, chattare su Internet e giocare con i Gormiti? Se lo scopo, invece, è quello di far rivivere (e in qualche caso far rinascere) i dialetti bisogna, mi sembra, riflettere su due questioni. Prima di tutto, per essere insegnati e usati come lingue vive, i dialetti dovrebbero adattarsi alla realtà, acquisire un lessico adeguato a parlare del mondo moderno. Con ogni probabilità, questo lessico proverrebbe per la maggior parte dall’italiano, con la conseguenza di omogeneizzarli, di edulcorarli e di togliere loro gran parte di quell’espressività e di quell'aderenza alla realtà quotidiana che i loro estimatori dicono di rimpiangere. In secondo luogo, a decidere della vita, della morte, e eventualmente della rinascita, delle lingue sono unicamente i loro utenti. E gli utenti scelgono una lingua quasi sempre per ragioni utilitaristiche. Se l’italiano è diventato la lingua nazionale parlata da tutti gli italiani non è per un profondo sentimento patriottico, ma è perché, dopo l’Unità, gli scambi tra le varie regioni rendevano sempre più necessaria l’adozione di un codice comune. Gli stessi rappresentanti della Lega, d’altra parte, per esprimersi in Parlamento o sui mezzi di comunicazione non utilizzano le loro “lingue materne”, ma una varietà di fiorentino che ad un certo momento della storia è stata usata come lingua di comunicazione da tutti gli italiani. Posto che si riuscisse ad insegnare i dialetti nelle scuole, difficilmente questo significherebbe una rinascita di questi ultimi, finché i parlanti avranno a disposizione mezzi di comunicazione più efficaci.

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