Mi ero ripromesso di non scrivere nulla sull'ennesima protesta che scuote le università francese, e di lasciarla passare come un male di stagione. Ieri, però, sono stato costretto ad assistere a una delle solite riunioni di personale in tempo di crisi, di quelle che se non ci vai con lo spirito dell'antropologo che studia una civiltà remota il tuo fegato non ne esce vivo, e proprio quando credi di aver visto tutto i francesi riescono a stupirti ancora. La riunione di ieri portava sulla chiusura dell'università che il rettore aveva decretato per martedì e mercoledì, dopo che lunedì un gruppo di facinorosi aveva invaso l'edificio dell'amministrazione, spaccando porte e muri, nel tentativo di avere un colloquio, si immagina di che natura, con lui. Durante la riunione, un gruppo di studenti ha chiesto insistentemente la parola, e non ringrazierò mai abbastanza il rettore di avergliela data, perché l'illustrazione delle richieste del "comité de lutte" alla direzione dell'università è stato un momento memorabile. I giovani rivoluzionari in erba che erano presenti dal di fuori erano del tutto uguali a tutti gli altri rivoluzionari che ho visto a qualsiasi latitudine: keffiah, sigaretta (rigorosamente spenta, è vietato fumare) in bocca, barbette incolte per lui, capelli rasta per lei. Eppure, i "jeunes révolutionnaires" sono quanto di più francese si possa immaginare. Ve lo immaginate Lenin che, per fare la rivoluzione, che chiedeva una fotocopiatrice e un ciclostile allo zar, o Fidel Castro che chiedeva agli americani di installargli Internet per poter tenere i contatti con i compagni durante la guerriglia? Perché è proprio questo che i rivoluzionari di "chez nous" fanno. Tra le rivendicazioni del comitato, a parte quelle più deliranti, come il gemellaggio con non si capisce quale università palestinese o la solidarietà ai compagni che si sono "autoridotti" (leggi: sono usciti dal supermercato con i carrelli pieni senza pagare) e sono stati presi dalla polizia, c'erano, appunto, che mantenesse il riscaldamento acceso (forse quella è caduca, oggi c'erano 20 gradi!), che assegnasse al movimento diverse sale nell'università per la tenuta delle loro attività, che gli fornisse una fotocopiatrice e l'accesso alla tipografia dell'università per stampare i volantini, nonché, naturalmente, l'accesso al WiFi. Come dite? Dov'è la coerenza di sfilare, strepitare, spaccare contro l'autorità e contemporaneamente chiedergli di fornirci l'infrastruttura per combatterla?Questi rivoluzionari anti-regime, anticapitalisti e mondialisti sono in realtà dei perfetti francesi. In qualsiasi campo, la prima reazione dei francesi, che in realtà dal 1789 non si sono mai liberati fino in fondo della loro monarchia, è quella di chiedere allo Stato-re-mamma-provvidenza di coccolarli, di nutrirli e di sostenerli. Non ci possono fare niente, è più forte di loro. Il loro amore e la loro fiducia nello stato è tale che anche i più estremisti, i più rivoluzionari sotto sotto si sentono sicuri sotto la copertina protettiva dello Stato. E se le leggi dello Stato non ci vanno bene, è solo per un'obnubilazione passeggera. Non c'è dubbio che, quando riaprirà gli occhi, lo Stato ci darà ragione e ci proteggerà. Una delle peggiori offese che si possono fare a qualcuno è trattarlo da "mauvais français". L'etichetta rimanda all'epoca di Vichy, quando si invitavano i veri francesi a denunciare quelli cattivi. Per questo oggi usarla è ancora un tabù. Sono sicuro che molti francesi di destra (che, sia detto per inciso, sono ancora migliori degli italiani, non che ci voglia molto), se potessero, direbbero che i tristi imitatori dei sessantottini delle università di oggi sono dei "mauvais français". Ma si sbaglierebbero. Poche volte in vita mia ho visto manifestare con tanta convinzione e inconsapevole sincerità il proprio spirito "républicain".

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