
Al di là dell'aspetto folkloristico e che (forse) appassiona il grande pubblico, mi viene da interrogarmi sull'interesse, non solo scientifico, ma anche storico e documentario, di un'operazione come la pubblicazione, da parte dell'Istituto Treccani, del volume Neologismi. Parole nuove dai giornali, curato dai due linguisti mediatici Giovanni Adamo e Valerio Della Valle. I dizionari di neologismi, in italiano e nelle altre lingue, sono sempre esistiti. A quanto ne so, per l'italiano il primo è stato il Dizionario moderno di Alfredo Panzini, edito nel 1905. Gli stessi Adamo e Della Valle ne hanno curati almeno altri due, Neologismi quotidiani e Duemilasei parole nuove. Il problema è che oggi i dizionari come quello che sta per uscire, al di là dell'operazione commerciale, rischiano di essere inutili e immediatamente obsoleti. Il dizionario in questione contiene, apparentemente, circa 4.000 entrate. Non so quanto gli autori abbiano messo a raccoglierle, ma penso che in qualche giorno sarebbe possibile raddoppiarne o triplicarne il numero facendo qualche ricerca mirata e ben fatta su Google. L'uso del Web come corpus per gli studi di linguistica, e in particolare di lessicografia, è un tema ampiamente dibattuto tra i linguisti (alcuni esempi qui, qui e qui). L'idea più diffusa è che Internet non è certamente un corpus ottimale, ma, per così dire, compensa le sue falle con l'enorme numero di dati che mette a disposizione. E' comunque un corpus assai più ricco e diversificato di quello dei 57 giornali presi in esame del dizionario in questione. Non solo, ovviamente, tutti i giornali sono presenti praticamente per intero nel Web, ma in esso abbiamo accesso anche a una marea di usi 'spontanei' da parte di utenti anonimi, ma le cui creazioni sono altrettanto degne di entrare in un dizionario di parole nuove che quelle dei giornali. Un esempio concreto di come l'utilità di questo dizionario sia dubbia. Secondo l'autore dell'articolo del Corriere che ne annuncia l'uscita:
Berlusconi batte Veltroni venti a diciotto. Il presidente del Consiglio, tra il 1998 e il 2008, ha regalato alla lingua italiana venti nuove parole derivate dal suo cognome, due in più del segretario del Pd.
Già mi permetto di far notare che, proprio per scrivere il mio ultimo post, avevo trovato 41 parole (e mi ero limitato alle parole suffissate, escludendo perciò quelle prefissate e i composti) derivate da Obama, il doppio, quindi, di quelle che Adamo e Della Valle hanno trovato per Berlusconi, e non in dieci anni, ma in un paio d'ore. La tecnica è semplice: mi è bastato prendere una lista abbastanza completa dei suffissi dell'italiano e cercare sistematicamente se sul Web fosse attestata una parola derivata da Obama con quel suffisso. Certo, in alcuni casi non ho trovato che una o due attestazioni, ma in altri se ne trovano diversi milioni.
Ho voluto provare a fare una cosa simile con il dizionario di neologismi pubblicizzato con tanta pompa dal Corriere. La maggior parte delle parole esemplificate nell'articolo sono derivate da nomi di politici. Per esempio, Berlusconi darebbe berlusconeide e berlusconite, mentre Veltroni darebbe veltronata e veltronizzare. Ma perché non, per dire, veltroneide o berlusconata? In realtà, non è che queste parole non esistano. Perlomeno sono parole possibili e comprensibilissime. Se non sono nel dizionario, è perché gli autori non le hanno trovate nei 57 giornali che hanno consultato, o non rientrano nei loro criteri (non sono apparse in un numero sufficiente di volte). Ho preso perciò tutti i nomi di politici citati nell'articolo come fonti di neologismi. Ce n'erano dieci, ma ho escluso Fini e Casini perché i loro nomi davano troppo spesso parole ambigue (per esempio la malattia di Fini sarebbe la finite e un seguace di Casini un casinista), ma ho aggiunto due bonus che a occhio (o a orecchio) erano potenzialmente forieri di numerosi neologismi: Gelmini e Alemanno. Dopodiché ho preso quasi tutti i suffissati e i composti che erano esemplificati per uno solo o due dei nomi di politici in questione, e ho cercato sistematicamente se esistessero anche con gli altri. Il risultato è la tabella riportata all'inizio del post. Più una casella è scura, più è alto il numero di attestazioni che ho trovato su Google (le caselle viola, ad esempio, rappresentano le parole con più di un milione di attestazioni). Le lacune (le parole non attestate) sono rappresentate dalle caselle bianche. Come si vede, ce ne sono solo quattro (Gelmini-dipendente, Alemanno-dipendente, debrunettizzazione e dealemannizzazione). In totale le parole elencate nell'articolo, da cui sono partito, erano 14 (sono marcate con un punto nero nella tabella). Tutte le possibili combinazioni basi/affissi ne davano potenzialmente 110, di cui 106 sono effettivamente attestate sul Web. Se il dizionario che sta per uscire ha circa 4.000 entrate, facendo le proporzioni, dovrebbe essere possibile, avendo i mezzi, realizzare un dizionario di almeno 32 mila voci (tanto per dare un'idea, un dizionario come lo Zingarelli ne contiene circa 150 mila).

1 commenti:
Senza voler sminuire la possibilità da te illustrata di ricercare i neologismi mediante il motore di Google e, in generale, il web (forum, social network, etc.), riporto quanto scrive Paolo Conti nell'articolo del Corriere che citi: "Le citazioni giornalistiche sono in tutto 10.132: per raggiungere l'accettazione ufficiale, una parola ha dovuto «affermarsi» nella lingua, ovvero apparire più volte e sempre con lo stesso significato."
Forse è in quel "apparire più volte e sempre con lo stesso significato" che consiste il criterio di selezione che hanno adottato i due autori.
Comunque sia, il numero di entrate, utilizzando la mole di dati fornita da Internet, risulterebbe sempre enorme rispetto a quello delle testate giornalistiche utilizzate per la ricerca.
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