venerdì 19 dicembre 2008

Ils sont fous ces cathos!

A mezzanotte del 24 dicembre sarò probabilmente alla terza fetta di panettone, e non sarò a casa mia. Peccato, perché se ci fossi non mi perderei il "Grand bêtisier de noël" e il successivo concerto di Michel Sardou che TF1 trasmetterà al posto della messa di Natale celebrata da Benedetto XVI. Il Vaticano si è offuscato, qualificando la cosa come un "segno di superficialità". TF1 è una tv privata. Il motivo vero è che devono aver calcolato che la messa di Natale in tv non la guarda quasi nessuno. La cosa consolante, però, è che, essendo la Francia un paese veramente laico, lasciano offuscare il Vaticano e continuano a guardarsi il "Grand bêtisier de noël" e i concerti di Michel Sardou, a differenza di quanto succederebbe in Italia. Ogni tanto è bello accorgersi che in fondo anche i francesi qualcosa di buono ce l'hanno. 
A proposito, chi proprio non riesce a rinunciare alla messa di mezzanotte via etere potrà sempre godersela sulla rete cattolica KTO (la cui esistenza ho scoperto ora). In francese gli accorciamenti sono molto comuni, e visto che K si pronuncia "ka" in francese, KTO si pronuncia "catò", come catho, che sta familiarmente per catholique

giovedì 11 dicembre 2008

Il PD e l'università

Che il governo sia andato sotto sulla norma per il rientro dei cervelli contenuta nel decreto Gelmini è in sé una buona notizia. Verrebbe da dire che per una volta, anche se apparentemente per le eccessive assenze sui banchi della maggioranza in commissione Esteri, l'opposizione ha fatto il suo lavoro. Purtroppo, la festa è un po' rovinata dalle dichiarazioni che gli esponenti del PD hanno reso, che definire inquietanti è dir poco. Si veda, ad esempio, cosa ha affermato l'on. Corsini, che passerà alla storia principalmente per essere stato il sindaco di Brescia e per avermi dato 27 all'esame di storia moderna, secondo i verbali della Camera:

le disposizioni del provvedimento sembrano incoraggiare tecniche di aggiramento delle procedure concorsuali italiane, assai più rigorose di quelle previste all'estero

D'altra parte, sempre nell'articolo di Repubblica citato prima, veniva citato Vincenzo Cerami, ministro ombra dei Beni Culturali, secondo cui:

Gli studenti pagano l'onerosa retta per essere istruiti e non per il curriculum di presunta scientificità dei professori. Ella (la Gelmini) deve sapere che nel quasi cento per cento dei casi si tratta di pubblicazioni inutili, pretestuose e improvvisate a mero scopo carrieristico.
Che l'università italiana sia in uno stato pietoso è indubbio. Ma penso che le caricature non servano a nessuno. Almeno avesse detto l'80, il 90%, ma se si dice che praticamente la totalità della produzione universitaria italiana è da buttare nel cestino si ha l'aria di una persona seria, e soprattutto si manifesta rispetto per l'università e per le sue chances di uscire dall'impasse? Gli studenti, dal canto loro, pagano onerose rette per avere, dopo 3 o 5 anni, un pezzo di carta, altrimenti non si spiegherebbe il proliferare di libere università di Noantri, università telematiche, on-line, etc. Quello per cui dovrebbero pagare la retta, se l'università funzionasse secondo la sua vocazione, sarebbe una formazione di qualità attraverso e alla ricerca. Almeno, questo è quello a cui serve l'università in tutti gli altri paesi avanzati. Pensare all'università come ad un superliceo dove i migliori professori sono ottimi pedagoghi e ricercatori mediocri (sempre che la miscela sia possibile) mostra, nella migliore delle ipotesi, che non si è mai visto come si lavora in una vera università che funziona, e questo, per un ministro ombra ai Beni Culturali, non è consolante.

Se la stima che i dirigenti del PD hanno per il mondo accademico è quella che traspare da queste dichiarazioni, l'università ha poco da sperare, anche nel remoto caso che riuscissero ad andare al governo in un futuro prossimo...

lunedì 1 dicembre 2008

Effetto manàgment

Per rimanere in tema di anglismi in italiano, nella sua Bustina di Minerva di un paio di settimane fa Umberto Eco, commentando la gaffe berlusconiana dell'abbronzatura di Obama, elencava alcuni comportamenti sucettibili di coprire di ridicolo il malcapitato che li adotti in certi ambienti. Molti degli esempi riportati riguardano espressioni o modi di dire che rischiano di far apparire 'out' soprattutto negli ambienti intellettuali. Sospetto che tra gli scopi maligni di Eco ci sia anche quello di farci sentire tutti un po' out. Alzi la mano chi può dirsi completamente immune dai comportamenti che Eco elenca come stigmatizzatori in "certi ambienti". Io, per esempio, lo ammetto, dico "Università di Harvard", pur sapendo bene che Harvard non è una città (ma non vedo proprio come potrei dire altrimenti, e poi a me viene anche da dire "Università della Sorbona"). La frase che mi ha stupito, però, è soprattutto l'idea secondo cui "in certi ambienti una persona che dice 'manàgment' è immediatamente connotata in senso negativo". Ovviamente, non frequento gli ambienti in questione, ma mi ignoravo che la pronuncia manàgment (con l'accento sulla a) fosse particolarmente frequente. Normalmente, in italiano, una parola che ha un aspetto straniero (grosso modo, che finisce per consonante) tende ad essere sdrucciola, cioè pronunciata con l'accento sulla terzultima sillaba (se ne ha una, ovviamente). E' quello che con i miei colleghi ho ribattezzato il "Benetton effect", per cui, appunto, Benettòn diventa Bènetton, Gorbaciòv diventa Gòrbaciov e Schumàcher diventa Schùmacher. Mi ricordo ancora l'insistenza del mio professore di inglese al liceo nel cercare di convincerci a dire compònent invece di còmponent. Chi sia digiuno di inglese avrebbe tendenza piuttosto a pronunciare mànagement, mi sembra, riproducendo questa volta, casualmente, l'accento originale. Senza contare che chiunque può collegare management a manager che nessuno, a mia conoscenza, pronuncia manàger.