venerdì 21 novembre 2008

Le lingue muoiono?

Quello della morte delle lingue è un argomento di cui si discute molto, almeno tra i linguisti, e che ogni tanto emerge anche nelle pubblicazioni per il grande pubblico. Una panoramica sulla questione si può trovare sul sito di David Crystal, uno dei miei linguisti divulgatori preferiti. Chi si occupa della questione, ad esempio David Nettle e Suzanne Romaine nel loro libro Voci del silenzio, calcola che le 100 lingue più parlate al mondo siano parlate dal 90% della popolazione e che quasi 5.000 delle circa 6.000 lingue parlate al mondo sono in pericolo di vita. Una volta tanto, perciò, mi piace rendere conto di una voce leggermente controcorrente, anche se solo parzialmente convincente. La rubrica di Cesare Beccaria su Tuttolibri della settimana scorsa si intitola, significativamente, Non c'è lingua che muoia. Beccaria commenta l'ultimo libro di George Steiner (che almeno lui non definisce "linguista"), secondo cui il linguaggio umano si sta riducendo a "un pugno di lingue planetarie, multinazionali" (e per fortuna per una volta non è solo l'inglese ad essere stigmatizzato). Secondo Beccaria, invece, una lingua non scomparirebbe mai del tutto, come dimostra il fatto, ad esempio, che nelle lingue europee moderne rimangano numerose tracce di lingue e ceppi linguistici scomparsi, come il celtico, l'etrusco, etc. Ho paura, però, che si stia parlando di due cose diverse. Innanzitutto, gli esempi che fa Beccaria sono tutti residui lessicali. Come molti di quelli che paventano l'avanzata delle lingue di cultura (e in particolare dell'inglese) a scapito delle lingue minoritarie, si rischia di confondere la lingua con le parole che la compongono. E' certo che alcune parole celtiche sopravvivono in Sicilia o in Brianza, come dice Beccaria, così come quasi tutte le parole del latino sopravvivono in italiano. Ma la cosa più grave nella morte di una lingua non è certo la scomparsa di un numero, anche grande di parole. Quello che scompare, quando scompare una lingua, è anche un insieme di strutture, di costruzioni che sono forse uniche, e che possono dirci qualcosa sul funzionamento della nostra mente. Sempre Crystal nel suo libro La rivoluzione delle lingue cita una frase di Ezra Pound: "La somma dell'umana saggezza non è compresa in una lingua singola, e non c'è singola lingua che sia capace di rendere ogni forma e livello dell'umana intelligenza". Senza contare che gli esempi portati da Beccaria riguardano, principalmente, la sopravvivenza di retaggi antichi in moderne lingue di cultura. Non è detto che il discorso che vale per l'italiano e i suoi vari sostrati possa valere ovunque e per tutte le lingue. Per tornare alle paure di Steiner, i grandi uomini di cultura come lui vivono, mi sembra, una grande contraddizione. Da una parte, nutrono una certa nostalgia per le grandi lingue di cultura, alte, che certo non sono mai state appannaggio della gente comune. Dall'altra, temendo la globalizzazione linguistica, sembrano voler rivalutare le lingue dal basso. Mi è venuta in mente, ad esempio, una frase che avevo letto tempo fa sul blog dello scrittore francese Pierre Assouline, che affermava - con un certo snobismo - che l'inglese di oggi si sta trasformando in una sorta di esperanto, impoverito e appiattito, un "atroce idioma da aeroporto". Curiosamente, proprio oggi le Monde ha pubblicato un intervento sul grado di alfabetizzazione nei paesi africani, e nel primo commento un lettore internauta semianonimo afferma che "non per nulla i coloni hanno alfabetizzato: cercavano di sottomettere una parte del popolo colonizzato al pensiero occidentale dello scritto, e servirsi di queste persone per strumentalizzare il resto della popolazione". Certo, tutto può essere relativizzato, ma essere tacciati di imperialismo perché si difendono l'alfabetizzazione e l'istruzione mi sembra francamente eccessivo. Purtroppo, però, è il rischio cui si espongono i detrattori dell'inglese e del resto delle "lingue planetarie, multinazionali". Le piccole lingue sono belle, simpatiche, utili, ma guarda caso sono sempre gli altri a doverle parlare. Guarda caso, Steiner ha scritto, a quanto ne so, il suo libro in inglese e non in zoque, in ainu o in washo. E' certo che le lingue in pericolo vadano difese. A volte, sarebbe anche utile ricordarsi che il 99% delle grammatiche di lingue in pericolo sono scritte in inglese.

0 commenti: