Il sito di Repubblica raccoglie le testimonianze di italiani che lavorano all'estero nel mondo della ricerca e dell'università (il tutto corredato da un articolo di Renato Dulbecco). Naturalmente, non potevo esimermi dal mandare il mio contributo, anche se devo aver sforato con i caratteri e me lo hanno tagliato (è il numero 1696). Fortunatamente, solo l'ultima frase. Lo riporto qui, intero:
La mia esperienza all'estero è cominciata nel 1991 con un Erasmus in Francia, poi, dopo essermi laureato in lingue in Italia, sono ripartito per fare un dottorato in linguistica in Francia (Parigi X). Ottenuto il dottorato ho avuto qualche contratto di insegnamento in Italia (Milano, Parma...), ma senza molte prospettive. Nel gennaio del 2002 ho mandato la candidatura a un posto di ricercatore al CNRS (il CNR francese) e con mia grande sorpresa sono stato assunto! Così da quasi 6 anni abito, ricerco, insegno e vivo a Tolosa. Il mondo della ricerca francese è lungi dall'essere tutto rose e fiori, anzi, anche qui molti si lamentano e protestano, ma certamente qualche sbocco in più che in Italia c'è, soprattutto per quanto riguarda le scienze umane. Non vorrei apparire né controcorrente né snob, e se potessi tornerei subito in patria (a parte la ricerca, niente può competere con la qualità della vita che abbiamo noi in Italia), ma per me incominciare il dottorato all'estero è stata una scelta abbastanza "naturale". In fondo, mi dicevo, se vuoi lavorare all'università devi essere disposto a spostarti, e che sia in Italia o all'estero non c'è differenza. Ancora oggi sono convinto che la mobilità dei ricercatori sia una cosa meravigliosa e utilissima: nel mio laboratorio ci sono francesi, italiani, americani, inglesi, polacchi, colombiani... e si lavora benissimo. Il problema non è tanto che i ricercatori italiani vanno all'estero, ma che le porte dell'Italia sembrano aprirsi soltanto per chi vuole uscire e non per chi vuole entrare, che sia un italiano che vuole tornare o uno straniero che vuole venire a ricercare in Italia.

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