Proprio nei giorni in cui le prime pagine dei giornali si riempiono delle notizie del delitto di Perugia, e poco tempo dopo quello di Garlasco - di cui nessuno parla più - esce la notizia della conclusione del processo per l'omicidio di Hina, la ragazza pakistana uccisa dal padre e due cugini perché "troppo occidentale" un anno fa a Brescia. Processo che - è una buona notizia - si è concluso con 30 anni di carcere per ciascuno degli imputati. Hina uccisa dal padre, Meredith uccisa - forse - dall'amica Amanda, Chiara uccisa - forse - dal fidanzato Alberto. Al di là delle considerazioni sociologiche spicciole che si possono fare su questi avvenimenti e sulla loro copertura mediatica, c'è un aspetto che unisce questi delitti. Tutti i loro protagonisti sono privi di cognome. A bruciapelo, chi di noi saprebbe dire qual è il cognome di Hina e di Meredith? Certo, a guardare bene all'interno degli articoli apprendiamo che si chiamavano rispettivamente Saleem e Kercher, ma resta il fatto che per il grande pubblico quelli erano l'"omicidio Hina" e l'"omicidio Meredith". La mania di identificare sui giornali le persone con il nome di battesimo si è estesa ormai a diversi ambiti, compresa la politica (e risale forse ai tempi di Bettino?), ma nei casi in questione è diventata quasi morbosa. Non riesco a capire bene quali siano le ragioni, né quali siano i criteri con cui si decide di identificare una persona solo con il nome di battesimo, ma c'è una certa sistematicità nella scelta dei soggetti, quasi sempre si tratta di omicidi, il più delle volte ai danni di giovani e preferibilmente di sesso femminile. Forse è un'estensione dell'abitudine (questa presente anche in altri paesi) di designare con il nome di battesimo i bambini coinvolti in tragedie del genere ("l'omicidio di Tommy", "il caso Maddy"): visto che oggi la giovinezza si estende fino a 50 anni, è giusto che l'infanzia si estenda fino almeno a 25/30 e che dei venticinque/trentenni siano considerati come dei bambini. D'altra parte, c'è una sorta di familiarità nell'uso del nome di battesimo, una sorta di giovanilismo: siccome loro erano giovani, allora parliamo, anche sui giornali, come i giovani (anche se quando ero al liceo a me tutti chiamavano per cognome!). O forse, il nome di battesimo crea empatia: le vittime di questi delitti sono persone normali, come noi, potrebbero essere i nostri figli.
Non voglio pensare, poi, che si voglia stabilire una gerarchia tra i delitti, ma chi si sognerebbe di parlare di "delitto Aldo" a proposito di Moro o "omicidio Giovanni" a proposito di Falcone? E’ vero infatti che i secondi sono assassinii "pesanti", impegnativi, mentre quelli delle varie Hina, Meredith, Chiara sono (con buona pace delle tre ragazze) assassinii spettacolari, da rotocalco, suscettibili di appassionare il grande pubblico, quello dei reality e della De Filippi. E nei reality o dalla De Filippi non ci si chiama per cognome. Personalmente (e non è frequente che dia giudizi su un uso linguistico) trovo questo uso del nome di battesimo irritante, volgare e irrispettoso. Più rispetto per Hina Saleem, Chiara Poggi e Meredith Kercher.
mercoledì 14 novembre 2007
Hina...cosa?
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1 commenti:
Ieri il mediavideo di Mediaset ha fatto diventare Raffaele "Lele". Mi auguro per ragioni di spazio. Ovviamente i giornali inglesi li chiamano sempre per nome e cognome.
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