venerdì 7 settembre 2007

Ci risiamo

Spero che non restino ancora molti ex terroristi da arrestare in Francia, perché puntualmente, ogni volta che ne prendono uno, l'intellighenzia francese si sente in dovere di intervenire sulla questione e di far notare come fanno onore loro alla patria dei diritti umani e come sono cattivi gli italiani a voler a tutti i costi arrestare della gente che una trentina di anni fa andava in giro a sparacchiare ad altra gente, per lo più inerme. Purtroppo, uno dei campioni in questo sport è Le Monde, un giornale per molti altri versi ammirevole. Questa volta - bingo! - i volenterosi giornalisti del 'quotidien du soir' hanno finalmente pescato un italiano che la pensa come loro. Si tratta di Erri De Luca, che sul numero del 4 settembre ha scritto un articolo intitolato nientepopodimeno che Déshonneur de la France. Gran parte delle tesi sostenute da De Luca non si discostano dalla vulgata dell'intellighenzia "bobo" parigina, ma ce ne sono di più o meno inedite. In breve, quello che sostiene è:

1. Il flirt recente della Francia sarkozysista con Bush e l'accanimento contro gli ex terroristi fanno parte della stessa svolta reazionaria, e in questo la Francia gli ricorda l'Italia dei suoi anni peggiori.

2. Gli ex terroristi in questione (anche senza citarli direttamente, De Luca si riferisce ovviamente a Marina Petrella e - presumo - retrospettivamente a Cesare Battisiti) non sono dei fuggiaschi ma persone che hanno chiuso la pagina del terrorismo, che si sono rifatte una vita onesta in Francia, dove erano perfettamente reperibili, e che sono ormai più francesi che italiane. Da cui ne discende che la Francia ha un dovere di protezione nei loro confronti.

3. La pagina degli anni di piombo è ormai voltata e soltanto il cieco accanimento e la sete di vendetta dei giudici e dei politici italiani impediscono di chiudere degnamente lo spiacevole episodio con un "tana libera tutti" che faccia uscire di galera tutti gli ex terroristi.

Naturalmente, non c'è niente di accettabile in nessuna delle tre tesi, e assai opportunamente gli ha risposto dalle pagine del Corriere Sergio Luzzatto, con frasi che sottoscrivo in pieno, soprattutto nella conclusione che dice "Sì, è un disonore per l'Italia che circolino su Le Monde ragionamenti come questi. Se proprio l'intellighenzia radicale nostrana vuole contestare (non avrebbe sempre torto!) gli attuali entusiasmi bipartisan per la figura di Sarkozy, che lo faccia con argomenti migliori di quelli logicamente sconclusionati, culturalmente obsoleti e moralmente indecenti di Erri De Luca".

Ma veniamo ai tre punti che ho elencato sopra.

1. Sostenere che il servilismo francese nei confronti di Bush e l'arrestare degli assassini latitanti sono la stessa cosa è il tipico esempio di scorciatoia logica che non ci aspetteremmo di sentire in bocca a un intellettuale. A me, invece, quello che ricorda dannatamente la peggior Italia, quella di tante stragi e reati impuniti, è proprio questo desiderio di impunità, questo sentimento delle leggi come un optional, e questo considerare il senso dell'appartenenza a uno stato, a una comunità, come un cappotto che si mette e si toglie a piacimento. Il pensare che alla fine ce la si può cavare (in virtù di cosa? Solo del tempo che è passato e che, come si sa, sana tutte le ferite?) con un bel "volemose bene", con un bel condono, in questo caso non edilizio ma sulla pelle della gente.

2. Non è pretendendo che un paese straniero ti ospiti (sulla base di non si sa bene quale diritto) che si chiudono i conti col passato. Non è sposandosi, facendo dei figli e cercando di eclissarsi in una tranquilla periferia parigina (Marina Petrella). Non è nemmeno sfruttando una notorietà acquisita tragicamente e qualche conoscenza tra gli intellettualoidi parigini in cerca di emozioni forti, credendo e facendo credere agli altri di essere diventato un intellettuale e uno scrittore di talento (Cesare Battisti). C'è un solo modo per chiudere i conti col passato, e reintegrare una comunità, e si chiama responsabilità. E' proprio la non assunzione delle proprie responsabilità uno dei mali dell'Italia che io (e presumo anche De Luca) non voglio. Perché in Italia abbiamo protagonisti di quella stagione che da anni pagano sulla propria pelle l'assunzione delle proprie responsabilità e altri che ne dovrebbero essere esentati? Perché tra la dignità di un Sofri e la nullità di un Battisti dovrebbe sempre vincere il secondo? Non è questione di accanimento giudiziario né di sete di vendetta. E' solo questione di responsabilità. E se uno, trent'anni dopo, non è ancora così maturo da assumersela, lo stato ha il dovere di imporglielo.

3. L'idea che gli anni di piombo sono una storia vecchia e superata, e che, di conseguenza lo stato dovrebbe amnistiarne tutti i protagonisti, ha una certa fortuna in Francia. Qualche mese fa, ad esempio, Le Monde diplomatique ha pubblicato l'articolo di una giurista che ne sosteneva la necessità. Innanzitutto, purtroppo, la stagione delle Brigate Rosse non è chiusa per tutti. Non per quelli, almeno, che ancora otto e cinque anni fa sparavano a D'Antona o a Biagi. Ma anche ammettendo che fosse chiusa, il ragionamento di De Luca non è accettabile. Secondo lui l'Italia, "cronicamente incapace di farla finita con quella lontana stagione decretando un'amnistia, continua a perseguitare degli sconfitti". Sull'idea del perseguitare ho già detto tutto. Ma poi, perché parlare ancora di "vincitori" e di "sconfitti"? La retorica della guerra tra lo stato e le BR poteva andare bene trent'anni fa, appunto, quando l'urgenza era di eliminarle. Ma oggi, perché metterla ancora su questo piano? L'Italia non ha "sconfitto" nessuno, ha semplicemente difeso la propria democrazia e la propria ragione di esistere. Se gli ex brigatisti riconoscono questo fatto, e si riconoscono lo stato italiano, allora, come ho detto sopra, l'unica via percorribile è quella della responsabilità. Se, invece, continuano a sentirsi degli "sconfitti" è doveroso che lo stato pretenda che paghino per quello che hanno fatto.

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