domenica 10 maggio 2009

Ho visto cose...

... che voi italiani non potete neanche immaginare.

Ho visto un ragazzetto in felpa Adidas cercare di spiegarmi quanto nocive potrebbero essere le multinazionali per l'università.

Ho visto un professore spiegarmi che in Italia il precariato degli insegnanti è colpa della norma - da poco introdotta - che rende la laurea obbligatoria per insegnare nelle scuole.

Ho visto studenti che si battono per la difesa del servizio pubblico e che si lamentano d
ei pochi fondi di cui dispone l'università, rubare il materiale di quest'ultima.

Ho visto una professoressa che, quando le è stato chiesto se non si vergognasse di fare sciopero continuando a prendere 3.000 euro al mese, ha risposto di no, perché lei non fun
ziona nel modo della morale.

Ho visto gli stessi professori che fanno sciopero con 3.000 euro al mese spiegare agli studenti ai quali si rifiutano di fare gli esami, che stanno combattendo per il loro bene. In nome dell'égalité.

Ho visto studenti picchiare altri studenti e professori che partecipavano ad un voto sull'occupazione dell'università. In nome della liberté.

Ho visto altri professori, colleghi di quelli di cui sopra, stare in disparte e osservare la scena compiaciuti. In nome della fraternité.

Non si potrà dire che all'università di Toulouse le Mirail non ho imparato niente...

PS: immagini di Ridley Scott e di Jesse Tseng.

mercoledì 25 marzo 2009

Ratzingorum

La polemica intorno alle parole di Ratzinger sull'uso dei preservativi era un altro degli argomenti su cui non avevo intenzione di scrivere in questo blog. Infatti lo farò, ma solo indirettamente. Ieri ho trovato una striscia sulla questione di Stefano Disegni, storico disegnatore di Tango e Cuore, di cui continuo a seguire le gesta su Internet. La striscia in sé non è una delle migliori che Disegni abbia mai fatto. Quello che continua a divertirmi molto, però, è il modo in cui fa parlare Ratzinger. Prima, nelle sue vignette, Ratzinger parlava come un personaggio di Sturmtruppen, ma da un po' di tempo a questa parte - immagino da quando che il Vaticano ha deciso di reintrodurre la messa in latino - parla in un latino maccheronico veramente spassoso (si vedano gli esempi che riporto). Il "latino" che può conoscere qualsiasi italiano che ha fatto il liceo. Di latino vero e proprio non c'è quasi niente, sicuramente non la sintassi e molto poco lessico. C'è un po' più di morfologia latina, principalmente nella declinazione nominale (che si limita praticamente a nominativo e accusativo), e nel riprodurre qualche desinenza verbale. In ogni caso, il risultato è molto divertente.

mercoledì 18 marzo 2009

Cattive frequentazioni

Non capisco. Rimango stupito di fronte alla polemica per le foto che ritrarrebbero alcuni ministri (in particolare Ronchi e La Russa) insieme a esponenti della destra radicale ed estremista e, pare, anche collusi con la mafia. Naturalmente, il PD (o quello che ne resta) è insorto. Eppure mi sembrava di ricordare di aver visto una foto di un po' di tempo fa in cui non uno, né due, né tre, ma diverse decine di ministri posavano allegri insieme al personaggio di destra più impresentabile, estremista, reazionario, oscurantista e colluso con la mafia che l'Italia abbia avuto negli ultimi vent'anni. E mi sono chiesto: perché il PD non è insorto in quell'occasione? Poi, un'illuminazione, la foto che avevo visto era quella ufficiale del quarto governo Berlusconi.

venerdì 13 marzo 2009

Francesi buoni e francesi cattivi

Mi ero ripromesso di non scrivere nulla sull'ennesima protesta che scuote le università francese, e di lasciarla passare come un male di stagione. Ieri, però, sono stato costretto ad assistere a una delle solite riunioni di personale in tempo di crisi, di quelle che se non ci vai con lo spirito dell'antropologo che studia una civiltà remota il tuo fegato non ne esce vivo, e proprio quando credi di aver visto tutto i francesi riescono a stupirti ancora. La riunione di ieri portava sulla chiusura dell'università che il rettore aveva decretato per martedì e mercoledì, dopo che lunedì un gruppo di facinorosi aveva invaso l'edificio dell'amministrazione, spaccando porte e muri, nel tentativo di avere un colloquio, si immagina di che natura, con lui. Durante la riunione, un gruppo di studenti ha chiesto insistentemente la parola, e non ringrazierò mai abbastanza il rettore di avergliela data, perché l'illustrazione delle richieste del "comité de lutte" alla direzione dell'università è stato un momento memorabile. I giovani rivoluzionari in erba che erano presenti dal di fuori erano del tutto uguali a tutti gli altri rivoluzionari che ho visto a qualsiasi latitudine: keffiah, sigaretta (rigorosamente spenta, è vietato fumare) in bocca, barbette incolte per lui, capelli rasta per lei. Eppure, i "jeunes révolutionnaires" sono quanto di più francese si possa immaginare. Ve lo immaginate Lenin che, per fare la rivoluzione, che chiedeva una fotocopiatrice e un ciclostile allo zar, o Fidel Castro che chiedeva agli americani di installargli Internet per poter tenere i contatti con i compagni durante la guerriglia? Perché è proprio questo che i rivoluzionari di "chez nous" fanno. Tra le rivendicazioni del comitato, a parte quelle più deliranti, come il gemellaggio con non si capisce quale università palestinese o la solidarietà ai compagni che si sono "autoridotti" (leggi: sono usciti dal supermercato con i carrelli pieni senza pagare) e sono stati presi dalla polizia, c'erano, appunto, che mantenesse il riscaldamento acceso (forse quella è caduca, oggi c'erano 20 gradi!), che assegnasse al movimento diverse sale nell'università per la tenuta delle loro attività, che gli fornisse una fotocopiatrice e l'accesso alla tipografia dell'università per stampare i volantini, nonché, naturalmente, l'accesso al WiFi. Come dite? Dov'è la coerenza di sfilare, strepitare, spaccare contro l'autorità e contemporaneamente chiedergli di fornirci l'infrastruttura per combatterla?
Questi rivoluzionari anti-regime, anticapitalisti e mondialisti sono in realtà dei perfetti francesi. In qualsiasi campo, la prima reazione dei francesi, che in realtà dal 1789 non si sono mai liberati fino in fondo della loro monarchia, è quella di chiedere allo Stato-re-mamma-provvidenza di coccolarli, di nutrirli e di sostenerli. Non ci possono fare niente, è più forte di loro. Il loro amore e la loro fiducia nello stato è tale che anche i più estremisti, i più rivoluzionari sotto sotto si sentono sicuri sotto la copertina protettiva dello Stato. E se le leggi dello Stato non ci vanno bene, è solo per un'obnubilazione passeggera. Non c'è dubbio che, quando riaprirà gli occhi, lo Stato ci darà ragione e ci proteggerà. Una delle peggiori offese che si possono fare a qualcuno è trattarlo da "mauvais français". L'etichetta rimanda all'epoca di Vichy, quando si invitavano i veri francesi a denunciare quelli cattivi. Per questo oggi usarla è ancora un tabù. Sono sicuro che molti francesi di destra (che, sia detto per inciso, sono ancora migliori degli italiani, non che ci voglia molto), se potessero, direbbero che i tristi imitatori dei sessantottini delle università di oggi sono dei "mauvais français". Ma si sbaglierebbero. Poche volte in vita mia ho visto manifestare con tanta convinzione e inconsapevole sincerità il proprio spirito "républicain".

martedì 10 marzo 2009

Una favola e dei numeri

Alcuni brani dell'incipit di una favola scritta da Anna Montermini, 8 anni (nell'originale, prima delle mie correzioni):
C'era una volta un re et una regina. Che avevano una figlia. La principessa Anna di Sia [un paese immaginario, ndr] figlia di Fabio 3ter e Giovanna 1pri che aveva anche un figlio il principe Luigi di Sia. Un giorno la principessa incontro il principe Julio figlio di Roberto 4qua e Tina 2se.
A parte qualche francesismo (con la fatica che abbiamo fatto a farle capire che "e" in francese si scrive "et"!), e qualche accento saltato sui passati remoti, la cosa che mi piace di più è il modo di trascrivere gli ordinali. Nella versione originale manoscritta, l'abbreviazione è chiaramente indicata, sottolineata e all'esponente (vedi immagine). All'inizio, anch'io avevo fatto fatica a capire, poi mi sono reso conto che le abbreviazioni 1pri, 2se, 3ter e 4qua sono altrettanto convenzionali, e perciò legittime, che le nostre 1° (o 1a), etc. Niente ci obbliga, dal punto di vista logico, a decidere di mettere la fine dell'ordinale anziché l'inizio dopo la cifra per fare l'abbreviazione. Ho guardato, allora i modi di abbreviare gli ordinali nelle altre lingue. In alcuni casi, il modo di abbreviarli è ancora più arbitrario, come in tedesco, dove si aggiunge semplicemente un punto dopo la cifra (1., 2., 3. ...), o in greco, dove corrispondono a delle lettere (A', B', Γ' ...). A pensarci bene è anche il caso dei nostri ordinali scritti in numeri romani (come avrebbe dovuto fare Anna per Fabio III, etc.). Ma nelle altre lingue in cui si abbreviano come in italiano, la parte che segue la cifra è sempre la parte finale dell'ordinale, per esempio, in inglese (1st, 2nd, 3rd ...), in francese (1er, 2ème, 3ème ... o 1e, 2e, 3e ...), in russo (1-ий, 2-oй, 3-ий ...), etc. Sicuramente dipende dal fatto che gli ordinali di numeri non piccoli si formano tutti regolarmente con un suffisso (-esimo in italiano, -th in inglese, etc.). Ma per gli ordinali di numeri piccoli (1-10 in italiano, 1-3 in inglese, 1 in francese, etc.) la parte finale non corrisponde a nessun suffisso, e perciò è legittima per funzionare come abbreviazione tanto quanto pri, sec, ter, etc.

Immagini di Anna Montermini

giovedì 5 marzo 2009

Lingua e faccine II

Nel mio ultimo post parlavo dei segni di punteggiatura che sono stati precursori delle emoticons, e dicevo che, mentre quelli erano invenzioni di scrittori perlopiù eccentrici che non hanno attecchito, mentre le emoticons sono pervasive nel linguaggio delle chat e stanno occupando spazi sempre più ampi nella lingua scritta. Vorrei tornare un momento su questo punto e cercare di capire perché. 
Il primo punto è strutturale: le emoticons forse non appartengono alla lingua standard, ma non sono, formalmente aberranti. Sappiamo tutti benissimo che la scrittura è nata prima sotto forma di pittogrammi iconici, poi di ideogrammi sempre più astratti e arbitrari, fino all'alfabeto. Delle scritture non alfabetiche esistono ancora nel mondo, e i pittogrammi sono uno degli strumenti di comunicazione più usati al mondo. Le emoticons hanno seguito lo stesso percorso: da massimalmente iconiche (il prototipo è la faccina che ride :-)), a più arbitrarie (si vedano numerosi esempi qui). Ho scoperto, poi, che hanno anche una variazione nello spazio. Secondo Wikipedia, in Asia la faccina che ride è piuttosto così: (^-^) (molto meno iconica di :-) per me, ma non sono né cinese né giapponese). 
Il secondo punto è funzionale: le emoticons fanno parte, come i segni di punteggiatura, i titoli, le diverse dimensioni di caratteri, i colori, etc. del paratesto, ossia di quella parte di un testo che non è strettamente linguistica, ma ne permette comunque l'interpretazione. La punteggiatura come la utilizziamo oggi non si è sviluppata che con l'avvento della stampa, alla metà del '400, quando la scrittura alfabetica esisteva da circa 3.500 anni, e la scrittura tout court da circa 5.500 (cosa che risulta evidente quando cerchiamo di leggere un testo latino o medievale originale: noi non ci capiamo niente). Questo significa due cose: primo, che la punteggiatura non è affatto consustanziale alla scrittura, si può benissimo scrivere senza punteggiatura o con una punteggiatura assai diversa dalla nostra. La corrispondenza tra scrittura e punteggiatura è semplicemente un'illusione determinata dalla pervasività della scrittura tipografica nella nostra civiltà. Secondo, che, così come è un'illusione pensare che la scrittura rifletta il parlato, è sbagliato pensare che la punteggiatura rifletta cose che "si sentono" nel parlato. Quando a scuola ci insegnano che una virgola corrisponde a una pausa, non è necessariamente vero. 
Gli elementi del paratesto che corrispondono di più alle emoticons sono i punti come quello interrogativo o esclamativo (i vari punti di ironia, etc., di cui parlavo nel post precedente farebbero parte della stessa categoria). Tutte le sfumature di significato che non possono essere espresse con il punto interrogativo o esclamativo, nei testi normali, sono espresse o con mezzi testuali ("ironicamente potremmo dire che sei molto intelligente") o con altri mezzi paratestuali ("sei molto... intelligente"), non dedicati specificamente a quello. Il problema dei vari punti di indignazione, ironia, etc. è che erano destinati ad apparire in testi tradizionali. Il vero motivo dell'esplosione delle emoticons è il tipo di testi in cui sono comparse, le conversazioni in chat, e in misura minore gli sms e le e-mail. E del posto che questi tipi di testi occupano nella distinzione scritto / parlato. In particolare rispetto a tre parametri, che sono la compresenza o meno degli interlocutori, la simultaneità o non simultaneità tra produzione e percezione e il grado di progettualità. Il parlato tipico implica compresenza degli interlocutori, simultaneità di produzione e percezione e poca progettualità; lo scritto tipico l'inverso: non compresenza degli interlocutori, non simultaneità di produzione e percezione e forte progettualità. Quella che chiamerò, per brevità, la lingua telematica (chat, sms, e-mail) presenta quasi tutte le caratteristiche tipiche del parlato elencate sopra (non la compresenza,ma la  simultaneità e la poca progettualità), ma utilizza un mezzo scritto. Ora, il parlato ha degli strumenti paratestuali adattati alle sue caratteristiche (intonazione, gestualità, espressioni), la lingua telematica avrebbe a disposizione solo il paratesto dello scritto, che non è adeguato a uno scambio simultaneo, in compresenza e con poca progettualità. Ecco perchè ha dovuto dotarsi di nuovi mezzi paratestuali che compensano quelli del parlato, che non sono disponibili. Mezzi paratestuali che timidamente avevano già incominciato a nascere quando lo scritto si era avvicinato di più al parlato (come nel caso di Queneau). Non è un caso, probabilmente, che gli emoticons, in un certo senso "mimino", principalmente, le espressioni del viso, uno dei mezzi paratestuali tipici del parlato. 
Si può dire che il successo delle emoticons è dovuto in parte anche al fatto che la comunicazione telematica è ancora alla sua preistoria. Se ci si pensa, lo scambiarsi messaggini in chat o sms non è particolarmente fantascientifico, e quando in passato si immaginava la comunicazione a distanza del XXI secolo si pensava piuttosto al videotelefono, agli ologrammi, etc. Per ora non sono ancora così sviluppati come la comunicazione telematica scritta. E nessuno scrittore di fantascienza, a mia conoscenza, aveva immaginato che sarebbe nata una nuova forma di trasmissione della lingua, ibrida tra scritto e parlato.
Una volta nate come elementi paratestuali della lingua telematica, quindi elemento necessario e funzionale alla comunicazione, le emoticons si sono quasi naturalmente sviluppate come elemento espressivo, per cui è normale trovarle oggi nei blog, nelle e-mail e in diverse altre produzioni che dovrebbero essere più vicine, in teoria allo scritto tipico. 

PS: didascalia - l'immagine in alto rappresenta delle emoticons preistoriche pubblicate dal giornale satirico americano Puck nel 1881. L'immagine del videotelefono è presa dal sito Tales of Future Past.

martedì 3 marzo 2009

Contro le faccine per la libertà >:-(

L'altro giorno andando a fare la spesa mi sono imbattuto in un programma alla radio (la registrazione è disponibile qui) in cui uno, di cui ho appreso dopo che è uno scrittore francese piuttosto in voga in questo momento, Charles Dantzig, parlando di Facebook, si lasciava andare all'ennesima giaculatoria contro il linguaggio delle chat, e in particolare contro le "emoticons" (che con Facebook c'entrano come i cavoli a merenda, peraltro). Il tono era il solito tono apocalittico di tutti quelli che si oppongono per ideologia a qualsiasi innovazione linguistica venga da Internet e dai mezzi di comunicazione elettronici in generale. Secondo questo Dantzig, l'esistenza di segni che indicano l'attitudine dello scrivente (in particolare, si parlava di un "punto di ironia", di cui parlerò più dettagliatamente qui sotto) costituisce "una regressione intellettuale terribile" perché chi non è in grado di non cogliere l'ironia in un testo manca di spirito, e quindi non è degno di percepirla. Quello che mi ha colpito, però, è stata soprattutto la sua ultimissima frase, in cui Dantzig ha voluto, nella più pura tradizione francese e con scarso senso della misura, darci una massima degna del miglior Hugo:
Avere un punto di ironia è pericoloso per la libertà.
Nientepopodimeno. Veniamo al punto di ironia di cui si parlava nella trasmissione. Secondo Dantzig sarebbe stato inventato da Raymond Queneau. In realtà ho fatto qualche ricerca rapida su Internet, e ho scoperto alcune cose interessanti. Innanzitutto, che il punto di ironia non è stato inventato (e, sembra, neanche utilizzato) da Queneau. Queneau aveva adottato, invece, il punto di indignazione (¡), che era stato, a quanto pare, inventato da Hervé Bazin nel 1966 insieme ad altri segni di punteggiatura, come il punto di dubbio, di certezza, etc.
Quanto al punto di ironia, ne ho scoperti almeno tre. Uno è stato utilizzato proprio da Bazin, e per lui aveva la forma della lettera greca psi (Ψ) con sotto un punto. Un altro aveva la forma di un punto interrogativo rovesciato (؟) ed era già stato inventato alla fine del XIX secolo, sempre da un francese, un certo Alcanter de Brahm. Infine, l'uso del punto esclamativo rovesciato è stato proposto negli Stati Uniti come punto di sarcasmo.
Come si vede, il desiderio di marcare l'ironia, e altri sentimenti, con la punteggiatura precede, e di molto, l'avvento dei computer, della lingua delle chat e delle emoticons. Un po' la stessa cosa della tanto vituxata (o dovrei dire "vituperata"?) x al posto di "per".
E con buona pace dei catastrofisti à la Dantzig, addirittura un simbolo che rappresenta iconicamente una faccina che ride risalirebbe alla fine del XIX secolo (l'emoticon "ufficiale", come la conosciamo oggi, sarebbe nata, invece, nel 1982). Qualche tempo fa Language Log aveva pubblicato alcuni post in merito, e apparentemente nel 1887 il saggista americano Ambrose Bierce aveva proposto, in un ironico progetto di riforma della lingua inglese, di introdurre uno "snigger point" (un "punto di sogghignamento"), la cui forma ricorda quella di una bocca sorridente, e, sorpresa, compare nella gamma di simboli del mio Word: ‿. La citazione originale può essere letta qui. Ne riporto la traduzione di un brano:
Nella riforma della lingua chiedo di introdurre un miglioramento nella punteggiatura - un punto di sogghignamento, o di risata. E' scritto così ‿ e rappresenta, il meglio possibile, una bocca sorridente. Deve essere aggiunto, insieme al punto, ad ogni frase scherzosa o ironica; o, senza il punto, ad ogni parte scherzosa o ironica di una frase altrimenti seria - come: "Il signor Edward Bok è la più nobile delle creature di Dio ‿."
La novità, rispetto ai segni di punteggiatura che ho citato, è che quelli sono invenzioni di autori per lo più eccentrici e strampalati, che non hanno avuto alcun successo, mentre le emoticons sono pervasive. (Almeno nella lingua di Internet, ma sospetto che non riusciranno ad imporsi tanto facilmente nella lingua scritta tout court). Dimostrano, però, che il desiderio di esprimere sfumature più ampie delle due o tre che permettono i segni di punteggiatura tradizionali non è recente, e va di pari passo con l'evoluzione della lingua e della scrittura. Lo stesso desiderio, d'altra parte, è alla base dell'uso ripetuto del punto esclamativo (!!!) o dell'alternanza di punti esclamativi e interrogativi (?!?!). Le emoticons esprimono allo scritto sfumature e sentimenti che all'orale sono comunque espressi con altri mezzi espliciti (l'intonazione, la gestualità, le espressioni), e scommetto che Dantzig non sottoscriverebbe la frase "Dare un'intonazione ironica alla propria frase è pericoloso per la libertà".