sabato 3 settembre 2011

Il nous emmerde...


Quando mi capita di apprendere prima dal sito di le Monde che dai siti dei principali quotidiani italiani che Berlusconi, in una telefonata privata, ha definito l'Italia un "paese di m…" rimango sconcertato. Una notizia, per me, che avrebbe dovuto essere sulle prime pagine di tutti i giornali ha rischiato, invece, di passare in secondo piano (con l'encomiabile eccezione del Fatto quotidiano). E' vero che ci sono altre notizie più rilevanti, che riguardano il futuro di tutti noi e della nostra economia. A volte, però, soffermarsi anche sui fondamentali della nostra convivenza può essere utile, magari non sul breve termine, certo, ma proiettandosi in un'ottica più ampia.
Dire che le parole di Berlusconi non costituiscono un reato è, al tempo stesso, una lapalissade e una grossa ipocrisia. Nessuno, penso, pretende che Berlusconi sia condannato dalla giustizia per quelle parole, e in ogni caso, possiamo scommetterci, si troverebbe il modo di far passare l'ennesima legge che depenalizzi il reato in questione. Per fortuna, però, la dignità di una persona non si misura solo con il parametro - pur importante - reato / non reato. E' vero che le parole di Berlusconi sono state carpite in una conversazione privata e ammettiamo anche che sono state pubblicate nell'ambito di un'inchiesta in cui lui è, per una volta, la vittima e non l'indagato. Ma ora quelle parole sono lì, e, che ci piaccia o no il modo in cui sono diventate pubbliche, diventano necessariamente un elemento del giudizio che abbiamo il diritto di dare su quella persona. Sempre che si riesca, nel caso di Berlusconi, a distinguere il pubblico dal privato. L'atteggiamento di chi mette l'accento sul modo in cui le affermazioni di Berlusconi sono diventate pubbliche mi ricorda quello del condannato a morte che fa notare al boia come la scure con cui sta per tagliargli la testa è arrugginita. Ossia, dare peso a un'inezia per non guardare dove sta il vero problema. E il vero problema, se non vogliamo coprirci gli occhi, è che in qualunque altro paese occidentale un leader "beccato" a pronunciare quelle parole sarebbe stato sottoposto a una tale pressione da parte dei media, dei suoi avversari e anche dei suoi sostenitori che lo avrebbero costretto a dimettersi o perlomeno a fare pubblica ammenda. Ve lo immaginate Obama che dice "America is a country of shit" o Sarkozy che si sfoga "quel pays de merde!"? Invece, non parliamo dei suoi sostenitori o presunti tali, talmente atterriti dall'horror vacui del post-berlusconismo da essere completamente inerti, ma i giornali e l'opposizione dove sono? Sono missing, come quando minacciano di toglierci le feste civili, che dovrebbero essere il collante della nostra convivenza, e invece ci viene suggerito che sono solo un peso economico e sociale. Così come ci viene detto, più o meno esplicitamente, "cosa volete che sia? A tutti è capitato di dire che l'Italia è un paese di m…". Io stesso sarei tentato di dargli ragione: un paese che tollera uno così come presidente del consiglio da diciassette anni ha, decisamente, diversi aspetti merdosi. I francesi, per definire qualcuno di noioso e inopportuno, hanno l'espressione "tu nous emmerdes". Berlusconi sono diciassette anni che ci 'immerda', e finalmente, ora, si è accorto di essere sommerso di escrementi. In qualsiasi altro posto il paradosso dello smerdatore capo che si lamenta di puzzare avrebbe fatto scandalo, in Italia no. In Italia ci si preoccupa di sporcarsi le mani se la catena dello sciacquone è arrugginita...
Ma la cosa pone anche un problema un problema prima ancora che politico culturale e antropologico. Mi piacerebbe che qualcuno uscisse dal coro e dicesse che no, non è normale sostenere che il proprio paese è un paese di m… Non è normale per nessuno, tanto meno per chi occupa una delle massime cariche dello stato. Ma costui ne ha fatte tante che ormai, una più una meno, non ci facciamo nemmeno più caso.
Otto anni fa io ho dovuto lasciare l'Italia per lavorare in un altro paese. Ho sempre rifuggito la retorica dell'emigrante e della nostalgia della patria lontana. E tuttavia, non fa piacere sentire il presidente del consiglio dire "tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei… da un'altra parte e quindi… vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato…" per chi, se potesse, in Italia ci ritornerebbe domani. Certo, l'elenco delle categorie che, negli anni, si sono sentite offese da Berlusconi si sono sentite offese è così lungo che non ci si fa nemmeno più caso. Ma la reazione più immediata, in questi casi, è quella di dire "ma cosa aspetta? che ci vada!". Chissà in quanti, in privato, ci hanno pensato o se lo sono detti. Ma perché nessuno glielo dice in faccia? In fondo, a volte, per pulire la stalla, basta un bel colpo di canna...

mercoledì 15 giugno 2011

Il voto degli italiani all'estero


Ora che i referendum sono passati - con il risultato che sappiamo - possiamo osservare con più tranquillità la questione del voto degli italiani all'estero che, per fortuna, non sarebbe stato determinante in nessun caso. Il pasticcio combinato dal governo, che ha cercato di bloccare il referendum in extremis, dopo che gli italiani all'estero avevano già ricevuto le schede, rischiava infatti di rendere nulli i loro voti.

Personalmente, da residente all'estero, ma in tutto e per tutto italiano, sono ben contento di avere la possibilità di votare e, già che ci siamo, mi fa piacere che il mio voto sia conteggiato al pari di quello di qualsiasi altro mio connazionale. La battaglia che si è giocata sul voto degli italiani all'estero, invece, provoca qualche disagio. L'impressione è che esso valga, e sia ben accetto, quando va a nostro favore, e che lo si consideri un fardello, o un inutile lusso, quando non ci aggrada. Un disagio che è tanto più grande, quanto questa volta a manifestare dubbi sull'opportunità di considerare il voto all'estero è la sinistra, per cui, pure, la difesa diritto di voto di tutti i cittadini dovrebbe essere una priorità, indipendentemente dal risultato contingente di una singola elezione. Personalmente, mi sarei sentito derubato e umiliato nel caso il mio voto, insieme a quello degli altri italiani all'estero, fosse stato considerato nullo come escamotage per il raggiungimento del quorum. Lo dico pur essendo ben contento del fatto che il quorum sia stato conquistato e che il risultato del referendum sia stato quello che è stato, e cioè, lo dico senza ipocrisia, il secondo schiaffo in due settimane a Berlusconi.

Sarò forse eccessivo, ma mi sembra che la maniera più sana per gestire la questione sarebbe, a questo punto, quella di annullare il referendum sul nucleare. Tanto ormai lo schiaffo è stato dato, il risultato è comunque inequivocabile. E' vero che Berlusconi è capace di tutto, ed è senza vergogna, e in questo caso potrebbe anche cercare di aggirare il messaggio degli elettori, ma, da una parte, anche nella maggioranza ci sono persone con un po' più di buon senso che glielo impedirebbero, e dall'altra il governo agonizzante che ci troviamo non avrebbe certo la forza di mettere in piedi un programma nucleare serio. Giuridicamente non so se e come sarebbe possibile, ma sarebbe certamente un segnale di rispetto nei confronti di quegli italiani all'estero che a votare ci sono andati, convinti che il loro voto valesse come quello di tutti gli altri.

Certe prese di posizione, infatti, sono più che discutibili, e, ripeto, sono tanto più discutibili se provengono dal'"area culturale", come si dice, della sinistra. Mi riferisco, ad esempio, a quelle espresse da Vittorio Zucconi (pure, un italiano all'estero) sul suo blog, o da Giovanni Sartori sul Fatto Quotidiano. Che si discuta dell'opportunità di riformare le modalità di voto degli italiani all'estero è lodevole, e forse doveroso. Ma le motivazioni sono veramente inaccettabili. Un primo argomento è che la maggioranza degli italiani all'estero sono figli o nipoti di emigranti, che non seguono minimamente la politica italiana e che, se votano, lo fanno senza avere la minima idea di quello che fanno. Inutile precisare che, ahimé, lo stesso vale per milioni di italiani che vivono stanzialmente in Italia. A corollario di questo argomento alcuni, rischiando di sconfinare nel razzismo, fanno notare come sia ingiusto che persone che vivono a migliaia di chilometri dall'Italia e che non sanno niente del paese d'origine possano incidere, con il loro voto, sulla vita di chi in Italia ci abita. Se costoro permettono, invece, io considero che quello che succede in Italia mi riguarda e incide anche sulla mia vita. Ad esempio sul fatto che un domani io possa avere la possibilità di ritornarci a lavorare. Occorrerebbe poi togliersi dalla testa il cliché dell'italiano all'estero che è partito con la valigia di cartone per lavorare in miniera. Nella città in cui abito conosco docenti universitari, avvocati, giornalisti, medici, ingegneri, cuochi, artisti, tutti italiani, ma, curiosamente, nessun minatore.

Un secondo argomento riguarda il fatto che, nei collegi esteri, pochi notabili controllano migliaia di voti e spesso li utilizzano per mandare in parlamento personaggi poco raccomandabili, disposti magari, una volta eletti, a cambiare casacca vendendosi al miglior offerente. Anche qui mi si spieghi la differenza con quello che succede in altre zone nella madrepatria. Forse che gli Scilipoti e i Calearo sono stati eletti all'estero?

Infine, quella che per me è la ciliegina sulla torta. Secondo Zucconi, il fatto che all'estero l'affluenza sia stata 'solo' del 23% sarebbe un motivo sufficiente per abolire il voto degli italiani all'estero. Un tale disinteresse li renderebbe immeritevoli di avere questo diritto. Bizzarra argomentazione, voler togliere il diritto di voto anche a quel quarto che ha votato, in molti casi, sarebbe bene ricordarlo, compiendo un atto più cosciente e volontario di molti italiani. Quando ho lavorato in un seggio all'estero per la prima volta, per le elezioni europee del 2004, ho conosciuto persone commosse perché era la prima volta che lo stato italiano dava un segno di vita, dopo magari 30 o 40 anni che vivevano all'estero. Vorrei poi fare presente una cosa: chi risiede all'estero è forse meno informato di chi abita in Italia, ma sicuramente anche meno condizionato dai giochetti della politica nostrana (o dovrei dire vostrana?). Se si guardano i risultati di quei "quattro gatti" che hanno votato all'estero, ci si accorge che le percentuali di sì variano tra il 67% (nucleare) e il 76% (uno dei due sull'acqua). Percentuali sempre alte, ma assai meno 'bulgare' di quelle registrate in Italia. Il che vuol dire che, forse, chi vive all'estero, peccando sicuramente di ingenuità nei confronti della politica italiana, ha considerato che il suo voto valesse comunque la pena di essere espresso, anche per dire "no".

Pubblicato su AgoraVox


giovedì 2 giugno 2011

Silvio's best friend

Secondo Beppe Grillo "sono tutti uguali".
Secondo Beppe Grillo la colpa maggiore di Pisapia è di essere l'avvocato di De Benedetti. Quindi, secondo Beppe Grillo, un avvocato dovrebbe rifiutarsi di avere industriali tra i suoi clienti.
O dovrebbe rifiutarsi di avere un ricco tra i suoi clienti?
Nel 2008 Beppe Grillo dichiarava un reddito lordo di 4.272.591 euro.
Sempre nel 2008, Beppe Grillo, paladino della trasparenza, si infuriava che i dati fiscali degli italiani fossero stati messi on line.
Il Movimento 5 stelle ha difeso, a Bolzano, un'associazione vicina a Casa Pound.
Beppe Grillo vorrebbe bloccare il flusso di rom dalla Romania.
Beppe Grillo si chiede se valeva la pena insegnare l'italiano agli italiani.
Per Beppe Grillo i briganti meridionali erano brave persone e l'unità d'Italia un sopruso.
Beppe Grillo ha ragione: se volete un ricco, demagogo, frottolaro, qualunquista, pieno di sé, che parla a tutti come se fossero degli ignoranti, neanche tanto alto, perché votare l'imitazione?

venerdì 18 febbraio 2011

Something of lurid

Nicole Minetti è una splendida persona, intelligente, preparata, seria, si è laureata con il massimo dei voti, 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, è di madrelingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della Regione.

Papi, telefonata a L'infedele, 25 gennaio 2011

La "splendida persona", che non parla ai giornali e ai telegiornali italiani, ha fornito la sua visione del bunga-bungagate in un'intervista esclusiva alla CNN (dei brani possono essere visti qui e qui). Naturalmente, tutti ne escono benissimo: né lei né Papi hanno saputo che Ruby era minorenne fino alla famosa notte in questura, alle serate di Arcore c'erano solo discussioni di politica, barzellette e musica. La sola allusione al fatto che lei si sia mostrata in topless a quelle serate è "very much laughable", e d'altra parte Papi "is a really great man, he is generous, he is good, good in the heart". Non senza una punta di (involontaria) ironia, la splendida laureata conclude dicendo che "he is not afraid in believing and investing in young people".

Al di là del contenuto c'è però una cosa che ha messo in agitazione gli internauti italiani, ed è il livello di inglese della "madrelingua" Minetti. Intendiamoci: se fossi intervistato dalla CNN, farei una figura peggiore di lei, sia per ragioni estetiche (ma io, almeno, non mi sono fatto gonfiare le labbra) che per ragioni linguistiche. Viste le performance linguistiche dei nostri connazionali a cui siamo abituati, la Nicole ci fa fare un figurone alla tv americana. Ma io stesso, che pure non sono madrelingua inglese, ascoltando l'intervista sono rimasto perplesso su un paio di punti.

Il primo che mi ha dato da pensare è stato

the parties were definitely much different respect of how the press describes them

('le feste erano decisamente molto diverse da come le descrive la stampa'). Quel "respect of how" proprio non mi tornava. Così, come ormai sono abituato a fare quando ho un dubbio linguistico, sono andato a cercare la frase "different respect of" su Google, e la maggior parte dei primi siti che mi sono apparsi erano proprio commenti sulle competenze linguistiche della Minetti di internauti che mi avevano preceduto (ad esempio Luca Dini di Vanity Fair). Quel respect of, ovviamente, è una traduzione letterale dell'italiano rispetto a, che però, in inglese non vuol dire niente.

Tra l'altro, prima di emettere una condanna definitiva sull'anglo-minettiano, ho fatto ascoltare l'intervista a un (vero) madrelingua inglese, che, da linguista qual è, mi ha risposto - testuali parole - "se è la sua lingua materna, ha sofferto non poco del contatto con la sua altra lingua materna".

Un'altra frase pronunciata dalla Minetti, e che personalmente non avevo notato, ma che Dini e altri hanno messo in evidenza come un barbarismo, è che nelle festine bungabunghesche non succedeva "noting of lurid". Ora, già in inglese l'espressione niente di si traduce nothing tout court, senza preposizione, e in più, sicuramente la splendida persona voleva dire che chez Papi non succedeva niente di sporco. Il problema è che, se lurido e lurid hanno la stessa etimologia, secondo, ad esempio, il dizionario Merriam-Webster l'aggettivo inglese significa piuttosto 'repellente, scioccante' o anche 'grigiastro'.

La frase che personalmente mi ha colpito di più, tuttavia, è stata la seguente:

there is a music room, let's call it, in which there can be some soft music rather than more modern music

('c'è una stanza della musica, chiamiamola, in cui ci può essere della musica soft piuttosto che della musica più moderna'). Ho tradotto letteralmente la frase per mostrare, da una parte, gli italianismi che la Minetti ci ha ficcato dentro, e dall'altra, qual era già il tenore della frase italiana da cui è partita. Quello che la splendida vuol dire è che nello scantinato del bunga bunga c'era della musica soft e della musica più moderna. Già quel ci può essere, tradotto con there can be, invece di c'è mi sembra un esempio della ridondanza cui tende il registro linguistico snob e pseudo-ricercato che, assai probabilmente, la Minetti adotta anche in italiano. Ma la perla è sicuramente quel rather than che traduce l'italiano piuttosto che. Il problema è che in inglese rather than può esprimere soltanto un'alternativa esclusiva, per cui la frase pronunciata dalla splendida in inglese non è erronea, ma significa che nello scantinato non c'era musica moderna, ma soltanto musica soft, che non è, come abbiamo visto qui sopra, quello che lei voleva dire. L'uso di piuttosto che come semplice disgiunzione al posto di oppure è un altro tratto di un certo parlato snob ed è regolarmente additato dagli appassionati del bel parlare (ad esempio qui o qui). Addirittura il sito dell'Accademia della Crusca riporta un articolo di Ornella Castellani Polidori dedicato alla questione, cui rimando per maggiori dettagli. Quello che è interessante, però, in quell'articolo è la caratterizzazione sociolinguistica che l'autrice fa di questo uso linguistico. L'ambito sociologico in cui il piuttosto che disgiuntivo spopola sembra un ritratto fedele dell'humus su cui è fiorito il berlusconismo, si tratta, infatti, di "una voga di origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo" e di "un uso invalso tra le classi agiate del Settentrione".

Insomma, bisogna ammettere che la Nicole sa esprimersi bene in italiano piuttosto che in inglese. Ma madrelingua… Qualcuno potrebbe dire che è madrelingua come Ruby è ventiquattrenne: meglio non fidarsi delle apparenze…


Disegno di Fogliazza

martedì 15 febbraio 2011

Di parte = faziosi?

"Di parte, faziosa, contro la mia persona". Così Berlusconi ha bollato la manifestazione del 13 febbraio che ha riunito più di un milione di persone. Si tratta, ovviamente, di una valutazione superficiale e propagandistica, adatta al pubblico cui si rivolge la trasmissione in cui è andata in onda (Mattino Cinque). Con un linguaggio più ricercato, ma sostanzialmente simile, Giuliano Ferrara sabato ha accusato "il partito dell'ipocrisia moralistica" di voler "mettere le mani addosso" a Berlusconi "per evidenti ragioni politiche alimentate da spirito facinoroso e da avversione antropologica a un'Italia popolare rigettata e odiata".

Tali accuse possono essere ignorate, col pretesto della loro inconsistenza, senza prendersi la briga di rispondere. Oppure, si può fare lo sforzo di spiegare che non di faziosità, antiberlusconismo "a prescindere", moralismo si è trattato, ma di una manifestazione, innanzitutto, per la difesa della persona umana e della sua dignità. Il che è verissimo, ma è forse solo una parte della spiegazione. E' sano e utile che chi ha manifestato domenica - e ne faccio orgogliosamente parte - faccia per l'ennesima volta lo sforzo di spiegare, agli altri e a se stesso, che non è di parte, non è antiberlusconiano per partito preso e non cerca un pretesto per ribaltare il voto del 2008? Sforzo, si badi bene, che rischia di essere smentito proprio dagli slogan e dai cartelli sentiti e visti domenica nelle manifestazioni, la maggior parte dei quali ruotava intorno al tema "Berlusconi vattene". E che rischia di essere smentito dall'eco che le manifestazioni hanno avuto sulla stampa, soprattutto estera, che ha quasi esclusivamente parlato di manifestazioni anti-Berlusconi.

E se invece ammettessimo che, sì, in effetti è stata (anche) una manifestazione per una parte, e una manifestazione contro Berlusconi? Anziché incanalare le nostre energie a cercare di negare il fatto che siamo di parte e che l'avversione che proviamo per Berlusconi è reale, e in parte viscerale, potremmo invece usarle per cercare di esplicitarne i motivi. Ne trarremmo il doppio vantaggio di sentirci meno in colpa e di togliere argomenti a chi, come Ferrara, ci accusa di essere ipocriti.

Innanzitutto, ci renderemmo conto che giustapporre "di parte" e "fazioso", suggerendo che sono sinonimi, è l'ennesimo esempio di quella manipolazione delle parole, tipica del berlusconismo, che altri hanno messo in evidenza prima e meglio di me. Attenzione, non sto accusando Berlusconi di operare una manipolazione linguistica cosciente. Secondo me lui è veramente convinto che "di parte" e "fazioso" siano la stessa cosa. Tutta la sua carriera politica è fondata su una contrapposizione ossessiva, al limite del puerile, tra la sua visione del mondo (la sua parte) e quella altrui. La parola "parte", anche etimologicamente, suggerisce che, in quanto uomini, siamo fatalmente portati a dividerci, una "verità" che di solito comprendiamo e, nei casi migliori, accettiamo abbastanza presto uscendo dall'infanzia. Ma una verità che quell'eterno bambino che ci ritroviamo come premier non contempla: per lui non esiste altra parte che la sua, il che vuol dire, alla fine, che non esistono "parti", ma un unico grande blocco. Dentro a questo blocco o ci sei o non sei.

La manifestazione delle donne di domenica a Parma è stata dedicata a mia nonna, morta il mese scorso. Ex partigiana, del PCI e presidentessa dell'Anpi cittadino, mia nonna era una donna fortemente, fieramente di parte. Eppure, nelle ultime celebrazioni del 25 aprile a cui ha potuto partecipare, si compiaceva ad aprire il corteo tenendo sotto braccio, da una parte il sindaco (di centrodestra), e dall'altra il presidente della provincia (di centrosinistra). Solo chi riconosce che le parti esistono può permettersi il lusso di avvicinarle una all'altra.

E ancora: se le manifestazioni di domenica erano di parte, di quale parte stiamo parlando? Berlusconi e i suoi aedi ne sono certi: è stata una manifestazione "di sinistra". Può anche darsi, ma intanto nelle manifestazioni c'erano suore e avvocatesse ex di Alleanza Nazionale, e poi le organizzatrici sono state brave nel riuscire a far sfilare un milione di persone senza che venisse esposto nessun simbolo di partito. Essere di parte e riconoscerlo significa anche riconoscere quello che ci divide dagli altri e quello che ci unisce. Rifiutando di ammettere che si può essere di parte senza essere faziosi, invece, Berlusconi è riuscito nell'intento di far diventare "di parte" proprio quell'inventario minimo di valori che, in una democrazia normale, non dovrebbero esserlo. Se difendere quei valori è di parte, dovremmo sentirci fieri di esserlo.

Veniamo ora alla seconda accusa, quella di essere "contro la persona" di Berlusconi per partito preso. Se fosse una persona sana di mente - e i suoi comportamenti recenti permettono di dubitarne - il premier potrebbe chiedersi perché tante persone ce l'abbiano proprio con la sua persona. La risposta che gli darei io è che non ce l'ho con la sua persona, ma con il sistema di potere e di valori che ha contribuito a creare e a sviluppare negli ultimi diciassette anni. Che il "popolo" fatichi a distinguere tra il potere e chi lo incarna è, in qualche modo, normale. Gli egiziani, almeno la maggior parte di loro, non ce l'avevano con il sistema Mubarak, ma proprio con Mubarak, e perfino in Francia, dove vivo, le manifestazioni sono quasi sempre manifestazioni (anche) anti-Sarkozy. Questa identificazione tra un sistema di potere e il personaggio che lo incarna è anche, in parte, assecondata dai media: non mi risulta che nessun giornale o nessuna tv si siano indignati del fatto che gli egiziani se la siano presa con "la persona" di Mubarak. Tuttavia, nelle democrazie sane gli stessi governanti dovrebbero premunirsi contro un'identificazione troppo diretta tra il potere e la loro persona. Nel caso di Berlusconi, invece, si realizza una convergenza di interessi tra lui e quelli che vorrebbero cacciarlo: in fondo, è proprio Berlusconi che, da diciassette anni a questa parte, ci ha autorizzato, e anzi incoraggiato, ad identificare il governo dell'Italia con la sua persona. Che lui ora si lamenti se lo facciamo non sorprende. Che noi dobbiamo addirittura scusarci e difenderci dall'accusa di farlo, mi sembra sinceramente un eccesso di buonismo.

C'è poi l'aspetto "pratico" del prendersela con Berlusconi. In molti dicono che, uscito di scena lui, il berlusconismo continuerà, il che è sicuramente vero. E' anche vero, però, che la sua uscita di scena rischia di provocare un'implosione della destra italiana come l'abbiamo conosciuta negli ultimi due decenni, che in parte è già cominciata. Quando l'identificazione tra una persona e un sistema di potere è eccessivamente forte, la sua uscita di scena è comunque salutare, se non altro per la carica simbolica e emotiva che comporta. Che quelli che stanno dalla sua parte abbiano paura è normale; sarebbe rassicurante che quelli dell'altra parte non avessero paura di dire che Berlusconi forse non è tutti i problemi, ma è sicuramente un problema, e probabilmente il più urgente da risolvere.


Pubblicato su: AgoraVox

giovedì 27 gennaio 2011

Società (molto poco) civile

Parla il Libro:

«Lettore, io vengo a te come un amico, per consolarti e per istruirti. – Tienmi bene, leggimi sollecitamente e non trattenermi presso di te quando te ne sei servito, perché il mio destino è di portare luce e gioia a molte anime. – Rispettami, non deturparmi con segni, non piegar le mie pagine. – Io son cosa di tutti».

Etichetta apposta sui libri della "Biblioteca Polizzi", anni '30 (da Primo Polizzi. Il prigioniero che canta)

Un terrorista troverà sempre un altro terrorista più terrorista di lui. Non vale la pena di ritornare in maniera troppo particolareggiata sulla proposta dei due assessori talebani del Veneto, Speranzon e Donazzan, di eliminare dalle biblioteche della regione i libri dei "cattivi maestri" che nel 2004 firmarono un appello in favore di Cesare Battisti. Quale modo migliore per dar loro ragione (ai difensori della causa pro-Battisti, intendo), infatti, che gettare benzina (in questo caso carta) sul fuoco? (In proposito si può vedere il blog di Wu Ming, o il blog Latino America Express dell'Unità, che propone una rassegna stampa).

Quello su cui vorrei soffermarmi, invece, è la definizione che i talebanotti veneti hanno trovato per la loro iniziativa: boicottaggio civile. Prendo spunto da questo articolo di Evelina Santangelo, pubblicato su Nazione Indiana, che ha suscitato una piccola discussione sull'opportunità di utilizzare il termine boicottaggio per tale operazione.

A me la definizione in questione sembra infatti essere un perfetto esempio di quella "manomissione delle parole" che almeno due libri usciti alla fine del 2010 - uno di Gianrico Carofiglio e uno di Gustavo Zagrebelsky - hanno identificato come una delle caratteristiche tipiche della manipolazione del consenso nell'Italia di oggi.

Cominciamo da boicottaggio. Nel senso più proprio, boicottaggio si riferisce oggi al rifiuto di acquistare certi prodotti, di commerciare con determinati paesi, aziende o organizzazioni, o al rifiuto di partecipare a determinati eventi (ad esempio, il boicottaggio delle Olimpiadi o quello della Fiera del Libro di Torino). Tecnicamente, quindi, quello caldeggiato dagli amministratori veneti non può essere definito boicottaggio. La ragione principale è che il boicottaggio deve o dovrebbe essere una scelta individuale, mentre, togliendo dei libri dalle biblioteche, un potere pubblico limita, per l'appunto, la libertà di scelta dei lettori. Come dicevo, in questo caso sarebbe più corretto parlare di ostracismo, se non di censura. C'è però un'altro aspetto della questione da considerare. Come tutte le parole della lingua, comprese quelle dei linguaggi specializzati, boicottaggio è per sua natura elastica, ha una semantica plastica e può essere polisemica. E' proprio su questa plasticità del significato delle parole che giocano i manipolatori linguistici: quello che la parola X significa per te non lo significa necessariamente per me, e viceversa. Così, boicottaggio rimane una parola (e un'azione) rispettabile, a differenza di ostracismo, censura o messa all'indice. Chiunque sarebbe disposto a boicottare qualcosa in un certo momento, ma difficilmente ammetterebbe di voler ostracizzare, censurare o mettere all'indice. L'uso di boicottaggio, in questo caso, non è diverso da quello di rom al posto di zingaro o di gay al posto di culattone. Si sceglie la variante politically correct senza che la sostanza cambi. Quando Bossi dice che i rom rubano, i suoi elettori capiscono che gli zingari rubano, e quando Berlusconi dice che è meglio guardare le belle ragazze che essere gay i suoi elettori capiscono che è meglio essere puttaniere che frocio.

Passiamo a civile, la parola, nella coppia, che mi rende più perplesso. Perché civile? Da una parte, almeno così lo interpreto, civile può opporsi a violento, anche se siamo di fronte a una delle azioni più violente e odiose che posso concepire. Dall'altra, può suggerire il fatto che l'operazione in questione emerge dal basso, viene dalla cosiddetta 'società civile'. (Un'altra etichetta che trovo particolarmente irritante: più la società italiana si incivilizza e più si parla di società civile). Ora, sappiamo bene che l'opposizione della "società civile", di "quelli che lavorano" ai "politici di professione" è, da sempre, uno dei cavalli di battaglia del berlusconismo. Zagrebelsky ha già mostrato come una parola all'apparenza positiva come amore possa diventare violenta e prevaricatrice in bocca berlusconiana. Lo stesso è stato fatto per Italia, possibile ennesimo nuovo nome del vecchio Partito di Berlusconi. Civile è un'altro esempio di parola "buona" usata in modo distorto e violento.

Chiudiamo con l'espressione intera boicottaggio civile. Si tratta, all'apparenza di una definizione chiara, di quello che potrebbe essere un fenomeno socialmente riconosciuto e riconoscibile. In realtà, cercando "boicottaggio civile" su Google, ed escludendo i contesti in cui si parla dell'iniziativa Speranzon-Donazzan, si ottengono poche decine di attestazioni. Addirittura, in inglese, per "civil boycott" si hanno circa 350 attestazioni accanto a quasi 12 milioni di attestazioni di "boycott" tout court. Il che fa pensare che boicottaggio civile non sia per niente una collocazione frequente, e perciò che difficilmente sia la definizione univoca di un fenomeno socialmente riconosciuto. Però, l'operazione è chiara: si crea un'espressione che ha tutta l'aria di essere una denominazione precisa e la si utilizza per un'operazione di cosmesi per definire un atto degno dei nonni fascisti degli attuali amministratori pidiellino-leghisti. Che però loro, almeno, avevano le palle di chiamare la censura con il suo nome.


27 gennaio 2011


Il triangolo 126362 di Primo (Manetto) Polizzi.

La foto (e molte altre cose) si trova in Primo Polizzi. Il prigioniero che canta di Lia Barone.